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La “roccia” se n’è andata. La morte di Tarcisio Burgnich

di Menandro|

Sarti, Burgnich, Facchetti… versione Inter anni Sessanta. O se preferite in versione Nazionale di Valcareggi, Zoff, Burgnich, Facchetti… Che tempi quelli in cui tutto era più semplice nel ricordare chi scendeva in campo e in cui l’album della Panini era la Bibbia del calcio, immutabile, per l’intera stagione. E di quella eternizzazione della memoria, Burgnich detto “roccia”, roccia friulana come l’amico Dino Zoff con cui aveva giocato nell’Udinese agli esordi di carriera, era un nome fisso, indistruttibile, inamovibile, insostituibile. Terzino d’ala, spietato valore bollato che si appiccicava all’avversario, Burgnich, classe 1939, lo pressava con le buone o con le cattive, prima di “annullarlo” con rigore filatelico. Fisico possente, torace generoso, difendeva con l’epica della linea del Piave, quella del “non passa lo straniero”. E con l’Inter di Helenio Herrera, del geniale e spregiudicato Italo Allodi, del presidente Angelo Moratti, furono rari gli stranieri in Coppa dei Campioni e in Coppa Intercontinentale ad avere la meglio. Era l’epoca della Grande Inter che si chiuse esattamente 54 anni fa, su un campo poco distante da Lisbona, con la finale di Coppa dei Campioni contro il Celtic Glasgow. Era il 25 maggio del 1967. Nessuno avrebbe scommesso un penny sui biancoverdi a strisce orizzontali che Jimmy Johnstone, numero sette, piccolo e sanguigno, 155 centimetri d’altezza e d’orgoglio scozzese, aveva trascinato alla finale di Coppa dei Campioni. Un traguardo rimasto inarrivato nella storia dei club di Scozia. La trazione posteriore dell’Inter era quella di sempre, quella della prima stella, dei 10 scudetti nerazzurri, quella entrata nella Storia: Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi. Sei uomini che avevano garantito fino a quel momento ancora il primo posto in campionato. Invece, accadde l’imprevisto: stanchezza, caldo, nervosismo, e l’Inter evaporò negli ultimi dieci minuti. Così come una settimana dopo, il 1° giugno sul campo di Mantova: 1 a 0 per una papera di Sarti sotto gli occhi increduli dello stesso Burgnich. Scudetto alla Juventus socialdemocratica (negli anni Novanta si sarebbe detta “operaia”) di Heriberto Herrera, il sergente di ferro paraguaiano che aveva assemblato con maestria e disciplina da caserma giocatori di seconda fascia. Fine di un mito collettivo. Non di quello individuale per Tarcisio Burgnich. Nel bene e nel male. La roccia ritornò sugli scudi il 10 giugno del 1968 all’Olimpico di Roma: 2 a 0 alla Jugoslavia nella finale del Campionato D’Europa, dopo che due giorni prima l’Italia aveva in maniera rocambolesca recuperato un goal agli slavi sotto gli occhi (si fa per dire) dell’arbitro svizzero Gottfried Dienst, spudoratamente casalingo. E ai Mundial di Messico ’70, il 17 giugno, fu Burgnich a rimettere sui binari l’Italia, nel primo dei due tempi supplementari, nella madre di tutte le partite della Nazionale: la partita del secolo, la semifinale allo stadio Azteca di Città del Messico, Italia-Germania 4 a 3. Fu un goal che sfruttò con precisione chirurgica un errore della difesa allemanda, riportando gli azzurri sul due pari. Ma in finale, contro il Brasile, la memoria diventa amara, perché il secondo vantaggio dei verdeoro, quello che ruppe l’equilibrio con i carioca di una nazionale da favola, quel goal da cineteca di Pelè, avvenne proprio sotto gli occhi della roccia, inspiegabilmente fuori tempo, mentre O Rey, irriverente della legge di gravità, si fermava nell’aria, in attesa del pallone da schiacciare con la testa in rete. Ma è un fotogramma che rende ancora più grande Burgnich: per batterlo occorreva salire in cielo. Ora, nessuno, proprio nessuno, potrà mai superarlo.

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