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La resilienza secondo Draghi

di Emanuele Davide Ruffino e Germana Zollesi |


In occasione della presentazione del Piano Nazionale di Ripresa il Premier Draghi propone un nuovo termine, un po’ difficile da pronunciare e anche un po’ cacofonico che fa quasi rimpiangere quando parlava in inglese. Ma ciò ha poca importanza se il lemma utilizzato riesce ad esprimere in modo compiuto un concetto e serve per accrescere l’alfabetismo nel settore economico della collettività.

Il lemma resilienza era già in uso nel XVIII sec. col significato generico di capacità dei corpi di rimbalzare, di tornare indietro: accezione legata alla sua origine latina “resilire”, indicante la capacità di un sistema di ritornare nella situazione iniziale a seguito di una perturbazione che l’ha allontanata da quello stato, fronteggiando e trasformando un evento traumatico in un processo di apprendimento, adattandosi e superandolo.Solitamente, la resilienza è direttamente proporzionale alla variabilità delle condizioni ambientali e alla frequenza di eventi catastrofici cui si sono adattati una specie o un insieme di specie (Treccani). Inizialmente utilizzato per indicare la duttilità dei materiali, bene si presta (anche nel linguaggio anglosassone “The resilience and the elasticity” viene impiegato per descrivere la capacità delle organizzazioni di resistere agli shock che derivano dal mondo esterno. Concetto quanto mai utile per gestire la nostra società… Realizzare una società capace di resistere alle difficoltà significa predisporre un’organizzazione in grado sia di rispondere in modo efficace ai problemi quotidiani, sia di adattarsi alle prospettive di lungo termine. Le mutevoli richieste provenienti dalla realtà, i concorrenti globali ed i grandi cambiamenti politico-economici possono turbare e persino rovesciare gli asset acquisiti: pericolo che si è enormemente accentuato con lo scoppio della pandemia, con la chiusura di molte aziende nonostante la massa di aiuti riversati sul sistema. In questo contesto è emerso di conseguenza il concetto di resilienza organizzativa, ovvero la capacità di assorbire le collisioni sociali senza disgregarsi, superando gli eventi traumatici traendone vantaggio (se le nazioni si pongono in attesa che il mondo cambi prima di rispondere ad uno stimolo dell’ambiente esterno, è già troppo tardi). Fine ultimo di un’organizzazione sociale è la sua stessa sopravvivenza, cioè una tendenza a preservarsi cui sono diretti gli sforzi di tutti coloro che, al suo interno, vi operano. Se ci venissero offerte delle azioni di un’impresa da poco coinvolta in scandali, la risposta istintiva è di non accettare, atteggiamento che dovrà essere mantenuto anche verso le imprese che hanno tentato di sfruttare la situazione del Coronavirus in forme illegali. A indurre tale risposta non sono solo aspetti etici, ma la consapevolezza che per valutare un’attività non è più sufficiente fermarsi al risultato contabile o agli andamenti del PIL, perché ciò esprime il vero valore della società e la capacità di chi la guida. Performance che si potranno valutare solo con il trascorrere del tempo (prodotti assicurativi, servizi sanitari, e più in generale tutti i prodotti-servizi che richiedono una costante azione di programmazione/manutenzione) dove il valore prodotto, è computato sommando le conseguenze che si rilevano nel lungo periodo. Valutare quali sono gli effetti di un intervento e la sua capacità di adattamento comporta una serie di problemi, così sintetizzabili: – Per una completa valutazione degli effetti di un Piano Nazionale di Ripresa occorrono, tempi molto lunghi, dove, a modificarsi possono essere gli stessi parametri di riferimento; – Lo stesso intervento, può manifestare diversi effetti a seconda delle coorti interessate e gli interventi si sommano ed interagiscono tra loro creando mix non immediatamente decifrabili; – A valutare gli interventi sono legittimati più soggetti, oltre agli elettori, le società scientifiche che si dedicano a studi correlati, gli organismi internazionali, gli opinion leader; – L’opinione pubblica e le tensioni sociali chiamate a fornire un indirizzo al sistema risentono di un’infinità di fattori potenzialmente distorsivi. Ogni attività prodotta dall’uomo, compresa la predisposizione di un programma di ripresa che assorbirà già oggi le risorse del futuro, deve potersi misurare nella sua attitudine a produrre benessere, legittimando così le risorse da acquisire e gestire.

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