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La povertà in Italia: i bambini hanno diritto a crescere

di Eleonora Artesio|

La povertà dei bambini è la più vergognosa di tutte le povertà. Certo non i bambini, certo non i poveri devono provare vergogna; piuttosto le Nazioni e le Comunità che accettano come naturale uno svantaggio incolpevole che comincia dall’infanzia e si trasmette attraverso le generazioni, privando la società di talenti, di energie, di partecipazione. La pedagogia e la sociologia ammoniscono da tempo sulle conseguenze delle povertà educative e anche la politica inizia a nominare i danni e i torti indotti dalle diseguaglianze. La convivenza con l’emergenza sanitaria ha svelato le diverse possibilità di resilienza. L’adattamento delle offerte formative alle precauzioni del distanziamento ha evidenziato le differenze: accesso ai dispositivi per la didattica a distanza, condizioni abitative infelici, disaffezioni rispetto all’impegno scolastico; ovvero le premesse dell’abbandono rispetto al valore personale e sociale della formazione. C’è di più. Nell’autunno 2020 Action Aid1 ha pubblicato il rapporto “La pandemia che affama l’Italia, Covid-19. Povertà alimentare e diritto al cibo”, allarmante rispetto alle privazioni patite da bambini e da donne. Il 20/11 Giornata mondiale dell’infanzia si è discusso della indagine Ipsos sulle declinazioni delle povertà della infanzia, dal divario digitale al cibo alla qualità dell’alimentazione. Save the Children, attraverso le osservazioni dei servizi di aiuto Punti Luce, ha ricordato le conseguenze delle chiusure delle mense scolastiche, per alcuni bambini unica opportunità di un pasto completo ed equilibrato. Nel 2021 riscopriamo che il cibo non è solo tema di sostenibilità ambientale e tutela della salute, ma ancora di equità. La mensa scolastica, tuttora non generalizzata nel Paese, è a pieno titolo integrata nell’ offerta formativa e se ne riconosce la funzione per la educazione alimentare e per la socializzazione, ma per alcuni è anche la possibilità di nutrirsi adeguatamente una volta al giorno. È trascorso poco più di un anno, ma sembrano distanti anni luce i tempi in cui specialmente a Torino ci si scontrava sulla libera mensa, ovvero sulla facoltà di rifiutare l’iscrizione alla refezione scolastica pur nel tempo scuola che la prevede. In nome della libertà. Già allora, al di là dei contenziosi nelle aule di giustizia, molti segnalavano le diseguaglianze che si sarebbero create per le evidenti differenze di possibilità e proprio nel luogo, la scuola, che per primo assolve all’obbligo costituzionale del pieno sviluppo della persona e della rimozione degli ostacoli materiali che si frappongono. La contraddizione immanente tra libera scelta individuale e interesse collettivo che così bene i Costituenti avevano composto nella definizione dei diritti individuali e dei doveri dello Stato era penetrata in tempi recenti, ma così lontani dalla contemporaneità, fin nella negazione della refezione scolastica come mensa di tutti. La realtà dei dati ci riporta a una definizione di libertà per alcuni negata: di crescere in salute. Torna alla mente la straordinaria testimonianza di Danilo Dolci che digiunò per 8 giorni sul letto di un bambino di 7 anni morto per denutrizione. Era la Sicilia del 1952, era un Paese da ricostruire, era un’epoca in cui per smuovere coscienze e azioni occorrevano anche gli eroi. Oggi nei territori e nelle istituzioni basterebbe voler vedere e prevenire, nell’interesse dei bambini per i quali, a scuole chiuse, è venuto meno il diritto al cibo giusto e nel nostro interesse per il futuro.

1ActionAid è un’organizzazione internazionale indipendente impegnata nella lotta alle cause della povertà in http://www.actionaid.it

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