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“La nazionale non è una corrida per dilettanti allo sbaraglio”

Aggiornamento: 23 set 2022

di Mirko Ferretti

Cinque reti incassate dalla Germania, pur ammorbidite da due segnate in prossimità del fischio finale, non sono uno scherzo, sopratutto al netto delle statistiche e dei ricorsi storici. Anzi. Sono una ferita che brucia doppiamente perché soltanto undici mesi fa ci siamo fregiati del titolo di Campioni d’Europa in quel di Londra, in una competizione che l’Italia non riusciva a mettere in bacheca dal 1968, da quella finale sublimata dai gol del compianto Anastasi e di Gigi Riva. Un titolo che abbiamo e avevano il dovere di onorare, pur nel rispetto degli altrettanti doverosi esperimenti di rifondazione della nazionale azzurra. Che, non lo si dimentichi, ha conquistato il trofeo ai rigori sull’Inghilterra, dopo che sempre dal dischetto aveva sbarrato la strada in semifinale agli spagnoli, gli stessi che mesi dopo si sono “vendicati” nella semifinale di Nations League a Milano. Ma nel luglio scorso, i commentatori generosi e speranzosi, forse anche imbevuti del più classico dei raptus da captatio benevolentiae, avevano trasformato quelle vittorie in trionfo. Non solo.

Il racconto di quelle gesta è proseguito con martellante puntualità in stile propagandistico a sostegno della tesi (acritica) che il "trionfo" di Wembley non era che l'inizio di una straordinaria galoppata del nostro calcio, finalmente uscito dalla secche della mediocrità. Questo fino alla doccia scozzese dell'esclusione dai Mondiali in Qatar. Soltanto allora si sono udite le prime timide critiche sullo stato in cui versa il calcio italiano, salvo suscitare un moto di amor di patria, una sorta di ritrovata esaltazione all'avvio delle qualificazioni di Nations League e al primo posto temporaneo (oggi siamo già terzi) dopo la vittoria su Ungheria e i pareggi con Inghilterra e Germania.

Ora, però, dopo la batosta con i panzer tedeschi siamo qui a chiederci se Mancini ha scelto il tempo giusto per sperimentare le future potenzialità del nostro calcio o se non è stato vittima egli stesso di un eccesso di entusiasmo per i nuovi talenti, così da perdere quella prudenza che ogni commissario tecnico di una grande e titolata nazionale deve al suo ambiente. Non vorrei proprio che anche Roberto Mancini, che ho contribuito a lanciare quando ero al Bologna, secondo di Gigi Radice, si fosse messo in testa di essere il "Supermario" del calcio italiano, al punto di alterare i dati di realtà che non sono positivi.

Il nostro calcio è in crisi. Lo dicono i risultati dei club nelle competizioni europee, a meno di spacciare per trionfo il trofeo della Roma; lo dicono i bilanci in rosso delle società e la politica al risparmio dei vivai calcistici, politica sempre più deficitaria, per quanti sforzi compia la Federcalcio. Infine, la crisi trova conferma nelle difficoltà che incontrano i nostri giovani calciatori ad affacciarsi sul palcoscenico della serie A e dunque a maturare per compiere quel salto di qualità che fa la differenza tra un buon calciatore e uno di livello internazionale.

Non è un caso, che Mancini abbia attinto molti dei suoi debuttanti da serie inferiori. Ma poi non ci si deve stupire se in campo contro una squadra solida, con almeno un giocatore esperto e di talento per ogni reparto, come la Germania, a prevalere sono l'approssimazione, la deconcentrazione, lo sconforto, il calo psicologico. Non ci deve stupire, ma la Federcalcio si deve chiedere se la Nazionale italiana se lo può permettere in manifestazioni ufficiali di rilievo, rischiando anche di pregiudicare l'autostima dei suoi giovani in maglia azzurra.



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