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La memoria della Libertà ritrovata in tempo di pandemia

di Luciano Boccalatte|


Vigilia delle celebrazioni per il 76° anniversario della guerra di Liberazione. Terzo appuntamento de La Porta di Vetro con un articolo di Luciano Boccalatte, direttore dell’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea “Giorgio Agosti”.

Osservo le immagini che il pittore e partigiano Felix de Cavero scattò con la sua Leica nei giorni in cui con la sua XIV divisione Garibaldi scese dalle Langhe alla liberazione di Torino (sono esposte al Polo del ‘900, in una mostra che potrà riaprire dal 27 aprile al 16 maggio). Vi compaiono in folti gruppi i visi di giovani partigiani, segnati dai sacrifici, dalle fatiche e dalle durezze sopportate, dal ricordo dei compagni morti, ma felici e fieri per la vittoria conquistata, per la speranza di una vita più libera e più giusta – a volte in atteggiamenti spavaldi o scherzosi, come lo sono quelli dei giovani di ogni tempo. E non posso non pensare a chi oggi ha la stessa età dei ritratti di de Cavero, volti di una generazione di uomini e donne oggi quasi scomparsa, che da quelle fotografie guardano e interrogano il visitatore. I “giovani di oggi”: termine che in vacue e spesso inconcludenti notizie o “dibattiti” compare quotidianamente sui media, cartacei, televisivi, social, con diversi accenti, oggi colpevolizzati nel tempo del contagio, esaltati il giorno appresso, oggetto di sermoni o “analisi” superficiali e affrettate, spesso assai interessate. Può sembrare “fuori tema” rispetto a una riflessione sull’anniversario della Liberazione, come scrivevano a matita rossa i professori di un tempo sul foglio del compito consegnato alla cattedra, ma non lo è.Un recente libro di Adriano Prosperi ci riporta al cuore della questione, che riguarda da vicino il modo con cui, al di là della situazione pandemica, anche il 25 Aprile è venuto a configurarsi nella nostra coscienza collettiva, perdendo sempre più il suo significato, in un indistinto diluirsi e svanire della conoscenza del nostro passato recente, che si è voluto cancellare, e con esso i conflitti di cui è portatore, rimuovendo le lacerazioni novecentesche, invece di studiarle e esserne consapevoli, a favore di un malinteso e pericoloso senso identitario, spezzando forse irrimediabilmente il legame tra passato e futuro. “Grave appare specialmente la condizione dei giovani in età lavorativa. Qui secondo una statistica del 2017 abbiamo il record europeo della della cosiddetta generazione “neet” […]: giovani tra i 18 e i 24 anni che non studiano, non hanno un lavoro e non lo cercano. La perdita della memoria e l’ignoranza della storia si sommano all’assenza di futuro che provoca una distorsione profonda nel senso del passato. La memoria sociale, detta anche memoria storica, è frutto di una continua rielaborazione di fatti e di idee. Ed è qui che ci si imbatte nel ritorno d’attualità di relitti di nazismo e fascismo nelle idee e nei comportamenti collettivi” (p. 24). Nelle idee e nei comportamenti collettivi: è il vero nodo che ci troviamo di fronte. Certo esistono in tutta Europa gruppi estremisti (spesso sconfessati a parole, ma vellicati per qualche voto in più), esistono partiti politici che si dichiarano “né di destra, né di sinistra” (altra forma di distorsione del passato, sotto mendace aspetto di un “nuovo” senza futuro), ma non dobbiamo dimenticare che i conti con la nostra storia recente, con il fascismo, non sono mai stati fatti fino in fondo. Ci siamo adagiati su una consolatoria autoassoluzione, dimenticando di essere stai tra i paesi aggressori, e sconfitti, nella Seconda guerra mondiale. Di fatto ci siamo cullati in parole vuote di significato, una “memoria condivisa” impossibile per la contraddizione in termini, mentre ci è più che mai necessario il riconoscersi in una storia, questa sì, comune.Quale stimolo può venirci da questo settantaseiesimo anniversario, pur privo di cerimonie partecipate che, anche se possono apparire stanche e ripetitive, sono pur sempre momenti di riconoscimento collettivo? La situazione che si è creata ha molte responsabilità, la classe politica, la scuola, l’università, un certo modo di affrontare la storia da parte di chi la insegna e la studia, ma la riflessione ci porterebbe troppo lontano. Il 22 gennaio 1809, all’Università di Pavia, Foscolo pronunciò la sua celeberrima orazione nell’aula che oggi porta il suo nome, in cui risuonò l’affermazione: “O miei concittadini! quanto è scarsa la consolazione d’essere puro ed illuminato senza preservare la nostra patria dagl’ignoranti e dai vili!”. Basta, per contrastare quel fascismo nelle idee e nei comportamenti collettivi, la sottoscrizione di qualche appello, spesso improntato ad un “passato che non passa”? Basta qualche libro dal titolo provocatorio, che convince chi è già convinto, e allontana chi non lo è? Penso di no. Penso a una seria riforma dell’insegnamento della storia, a studi e a alta divulgazione senza gli schermi ideologici derivati dai totalitarismi novecenteschi. Penso allo storico che partecipi, sì, al dibattito pubblico, ma con gli strumenti della sua disciplina, senza addentrarsi nel terreno dell’uso politico (non mi considero uno storico, ho troppo rispetto per il “mestiere”, pur avendo passato gran parte della mia esistenza sui documenti). E in questo 25 Aprile possa risuonare il purtroppo ancora inascoltato appello di Foscolo: “O Italiani, io vi esorto alle storie”.

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