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La giustizia negata dei giudici francesi

di Giampaolo Giuliano*

Alle nuove generazioni estranee, anche culturalmente e ideologicamente, agli anni dello stragismo terroristico in Italia, periodo oscuro e ancora impastato di misteri della nostra storia, potrà apparire fuori tempo lo sconcerto provato da gran parte del Paese, per la decisione della Cassazione francese di negare l'estradizione a 10 terroristi italiani condannati con sentenze passate in giudicato.[1] La stessa motivazione - umanitaria? - dei giudici francesi di impedire che si concluda l'iter giudiziario con la tesi - molto discutibile - che si tratta di persone che da decenni non hanno più legami con il nostro Paese, mentre sono perfettamente inserite in quello che considerano il loro "Paese d'adozione", ha accreditato l'opinione che le vittime di ferimenti e agguati e i famigliari dei morti ammazzati in strada e negli androni delle loro abitazioni siano alla ricerca di una vendetta "legale" attraverso la Giustizia italiana. Pesa anche, sull'argomento, l'oggettiva constatazione che per la Giustizia francese l'estradizione causerebbe a persone che hanno oramai superato i sessant'anni, un danno sproporzionato al loro diritto e rispetto della vita privata e familiare.

Stranamente, però, nessun danno sproporzionato al diritto e al rispetto di vite negate fa capolino nella mente dei giudici francesi. Un'amnesia collettiva? Un desiderio di rimozione per procura?

Da persona ferita in un agguato, esattamente l'11 dicembre del 1979, alla Scuola di amministrazione aziendale di via Ventimiglia a Torino, ad opera di un gruppo di terroristi di Prima linea, più che risposte sollevo dubbi, perché non mi ritrovo nell'interpretazione della Cassazione francese, anzi sono fortemente a disagio, forse perché dinanzi a omicidi che non cadono in prescrizione, ritengo che per le sentenze di omicidio non dovrebbero prevalere le giustificazione sociologiche sulle esigenze della giustizia. Dunque, una considerazione tutt'altro viziata dal desiderio di vendetta. Anzi. E' l'esatto opposto, perché si conferma il rispetto per la Giustizia e per le sentenze insieme alla convinzione che propositi vendicativi metterebbero tutti noi, vittime e famigliari delle vittime, sullo stesso piano dei sentimenti che all'epoca nutrivano coloro che si sono macchiati di brutali crimini.

A distanza di oltre quarant'anni da quei drammatici eventi, sono altrettanto convinto che guardare con l'umanità a quei 10 ex terroristi non sia un atto né di debolezza, né di arrendevolezza, anche se non ricordo atti di contrizione e di pentimento da parte loro. Però, sono altrettanto convinto che l'iniziativa umanitaria sul piano giudiziario sarebbe spettata all'Italia, al suo Presidente della Repubblica e non a giudici di altri Paesi.

Concludo con un ricordo personale. In un non lontanissimo passato, feci parte di una delegazione di vittime del terrorismo guidata dall'allora presidente dell'Aiviter, Dante Notaristefano, che s'incontrò per sviluppare una serie di interventi a favore delle vittime del terrorismo con l'IFAVT, l'associazione francese omologa all'Aiviter, all'epoca presieduta da Guillame Denoix de San March. Ebbene, in quella circostanza, la nostra delegazione rifiutò un invito ufficiale d'incontro avanzato dalla Municipalità parigina. Non vi era sgarbo nel nostro rifiuto, ma ribadire una linea di contrarietà, ieri come oggi, alla Dottrina Mitterand.

Passano gli anni, ma per l'ennesima volta, si è costretti a constatare con dolore che i diritti delle vittime restano confinati in secondo piano.


*Direttivo Aiviter


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