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La giornata della Forze Armate. Giulio Douhet, il Milite Ignoto e la guerra futura

di Germana Tappero Merlo|

Nella giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate vorrei ricordare il gen. Giulio Douhet (1869-1930), di origine savoiarde ma “italianissimo e piemontese”, come amava definirsi, stratega, ma anche scrittore eclettico e autore de Il dominio dell’aria, (1921), il cui studio come testo di strategia militare, intrapreso come ricerca storica, è stato oggetto della mia tesi di laurea in Scienze politiche internazionali, quattro decenni fa e da cui tutta la mia carriera, anche di analista militare, è iniziata.

In questi giorni si celebra il centenario dell’istituzione ufficiale del Milite Ignoto. Ebbene, l’idea originale fu proprio di Giulio Douhet che, il 24 agosto 1920, la propose dalle colonne del giornale Il Dovere, testata di riferimento dell’Unione nazionale ufficiali e soldati, associazione da lui fondata, e in cui dichiarò: “Tutto sopportò e vinse il Soldato. Perciò al Soldato bisogna conferire il sommo onore, quello cui nessuno dei suoi condottieri può aspirare neppure nei suoi più folli sogni di ambizione. Nel Pantheon deve trovare la sua degna tomba alla stessa altezza dei Re e del Genio”. L’idea venne accolta, il Milite Ignoto ebbe sepoltura solenne in Italia nel 1921 e venne scelto come luogo della tumulazione il monumento a Vittorio Emanuele II, “il Vittoriano”, di Roma. Si voleva così celebrare il primo e più celebre cittadino italiano con il più eroico ma ignoto fra quei soldati che avevano perduto la vita o perché disperso, combattendo per completare l’unità del nostro Paese. Perché questo è il vero significato del Milite Ignoto come pensato e desiderato da Douhet. Il successo della sua iniziativa, lanciata da quelle pagine di quel giornale, varcò presto i confini nazionali, tanto che francesi ed inglesi già nel novembre del 1920 iniziarono a commemorare il loro Milite Ignoto, ed esattamente nel 1921, anche gli americani seppellirono la salma del soldato senza nome nel cimitero militare di Arlington presso Washington, accanto a quelle dei personaggi che hanno fatto la storia del loro Paese. L’idea di Douhet sul Milite Ignoto, come molti dei concetti che compongono i suoi scritti, ed in particolare quello più famoso sul potere aereo come arma risolutrice di guerre lunghe e cruente, era nata dalla cruda esperienza sul fronte della Prima guerra mondiale. Douhet ne era stato protagonista, ma già nel 1915 anche un inflessibile critico della cattiva gestione dei suoi superiori, nella persona del gen. Luigi Cadorna, allora Capo di Stato Maggiore, che aveva portato a tante morti inutili nelle trincee, in quella logorante guerra statica, di posizione, che era il conflitto al fronte: quella stessa incapacità degli Alti Comandi (non soltanto italiani, per la verità) avrebbe condotto i nostri soldati al massacro di Caporetto, nel 1917, che Douhet aveva anticipato nei suoi numerosi appunti di biasimo ai suoi superiori. Douhet, in sintesi, aveva criticato l’approccio e l’assurdità degli attacchi frontali – le famose “spallate” – e dell’offensiva per l’offensiva, l’impreparazione del nostro esercito, gli inutili massacri, le ingiustizie, e i privilegi, il disprezzo del valore dell’uomo, l’assenza di un principio direttivo, l’inerzia nel provvedere alla difesa e alle riserve e, appunto, l’errato impiego dell’aviazione. Tutta la conduzione della guerra doveva essere rivista per ottenere la vittoria finale e impedire ulteriori e tragici spargimenti di sangue di giovani soldati. Con la discutibile, per alcuni falsa, accusa di violazione del segreto militare, venne condannato e scontò un anno nel famoso carcere militare di Fenestrelle, in provincia di Torino. Solo il massacro di Caporetto lo fece riabilitare dal gen. Armando Diaz e richiamato in servizio fra i responsabili di una aviazione in fieri che conoscerà la sua istituzione ufficiale nel 1923. Douhet era stato riabilitato dalle accuse, ma subì decenni di oblio in Italia, ma non certamente all’estero. Sarebbe ritornato agli onori come merita un rivoluzionario stratega del potere aereo, conosciuto appunto in tutto il mondo, ed anche per il suo approccio all’assurdità della guerra. Negli Stati Uniti Douhet venne osannato e paragonato al suo contemporaneo gen. William Mitchell (1879-1936), dal destino molto simile, sia come stratega del potere aereo e, fra l’altro, come ufficiale sottoposto al giudizio della Corte Marziale, per le critiche ai suoi superiori di fronte ai disastri di incidenti per l’uso sconsiderato dei pericolosissimi dirigibili, lo strapotere della Marina US che divorava denaro pubblico, a scapito di un’arma aerea efficiente e a fronte di quella che Mitchell percepiva come impossibilità a difendere efficacemente il territorio statunitense da un possibile attacco dal Giappone. Lo preconizzava nel gennaio del 1932, nel suo articolo denuncia sulla rivista “Liberty”, “Are we ready for a war with Japan?”, e l’attacco a Pearl Harbor, il 7 dicembre 1941, avrebbe consacrato il gen. Mitchell fra i più capaci e lungimiranti strateghi statunitensi. In Gran Bretagna, il generale, e Sir, Hugh Trenchard (1873-1956), definito da Winston Churchill “architetto del potere aereo durante e dopo la prima guerra mondiale”, avanzava intuizioni sull’arma aerea simili a quelle di Douhet e, ascoltato, avrebbe dato vita alla Royal Air Force (RAF) che, con il suo Bomber Command, sarebbe poi stata in grado di contrastare l’offensiva aerea della Luftwaffe hitleriana e il generale inglese avrebbe ricevuto gli onori dei grandi condottieri.

Douhet dovette aspettare circa un secolo. Perché gli eventi bellici di questi ultimi cento anni hanno riportato alla ribalta le sue tesi, e c’è chi ha visto in Douhet, dopo l’11 settembre 2001, il precursore della più moderna guerra asimmetrica. Era ridurre all’impotenza la volontà del nemico, ed imporre la propria. Fu il primo a comprendere le implicazioni dell’avvento dell’età della guerra totale con i suoi orrori e l’impiego dell’arma aerea come strumento che realizzava, prima fra tutte, la globalizzazione delle ostilità propria dei moderni conflitti. “L’attacco dall’aria non conosce trincee, né fronti”, affermava, “e il nemico è tutt’uno, senza più distinzioni, che debbono essere fatte, fra militari e civili”: è il mondo intero ad essere un target, è il coinvolgimento totale delle masse. E l’orrore dell’uso delle armi chimiche in quel primo conflitto mondiale, l’aveva terrorizzato al punto che temeva che potessero venir perfezionate ed impiegate ancora contro civili inermi. L’home front, infatti, sarebbe diventato presto un tutt’uno con le forze militari in guerra e le efferatezze di Guernica, Dresda, Hiroshima e Nagasaki si sarebbero rivelate ben presto tragiche apoteosi delle sue intuizioni e delle sue paure. Nonostante il tecnicismo semplificato del suo approccio, Douhet fu qualcosa di più di un antesignano dei teorici del potere aereo. La guerra aerea futura veniva chiaramente definita nei suoi scritti redatti ad inizio del secolo scorso, quando l’aeroplano apparve in tutta la sua potenza tattica e distruttiva, sebbene fosse poco più che un traballante mezzo di locomozione, fatto di legno e tela, e i primi tentativi di bombardamento al suolo avvenivano con il lancio di bombe a mano da parte del pilota. La sua analisi della guerra futura è un insieme di previsioni strategiche e tattiche uniche nel suo genere. Eppure l’approccio pregiudizievole nei confronti degli studi storici militari in Italia, che ha dominato per anni nelle nostre università e solo in piccola parte scalfito di recente, ha sacrificato Douhet, considerato il padre dell’aviazione, “arma fascistissima” per eccellenza, per cui non meritevole di attenzione. È stato il grande limite degli storici accademici nostrani per decenni, ignari che la storia militare di un Paese è anche la sua storia politica, economica, sociale, tecnologica, industriale ed addirittura architettonica. Una lacuna di conoscenza e ricerca che ha penalizzato pesantemente il mondo accademico, ma ancora prima quello militare e politico del nostro Paese. Ma, come il titolo di uno dei suoi numerosi scritti, Nemo Propheta in Patria; e per Douhet ci sarebbe stato sì un riconoscimento, ma solo tardivamente. E oggi, a cent’anni dalla pubblicazione del suo capolavoro di dottrina strategica, Il dominio dell’aria, e della realizzazione della sua più sensibile idea in onore dei caduti di tutte le guerre, ho voluto rendergli omaggio, ricordando, seppur brevemente, il suo genio, la sua critica all’efferatezza della guerra. ”Vogliamo essere uomini veramente civili? – si chiedeva Douhet – E allora aboliamo la guerra. Ma se non riusciamo a far ciò, è proprio fuori di luogo confinare l’umanità, la civiltà e tante altre belle idealità nel chiuso campo della scelta dei metodi più o meno graziosi per uccidere, per devastare, per distruggere”. Qui la sua asprezza come uomo d’armi, ma con la sensibilità nell’ideare l’immagine del Milite Ignoto e a quello che “ai suoi occhi – come ebbe a definire lo statunitense Bernard Brodie, padre della strategia della deterrenza nucleare – fu un modo più morale o un modo meno immorale di condurre la guerra”.

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