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La festa dell’Europa: è il momento delle decisioni

di Mercedes Bresso |

Si concludono oggi, 9 maggio, in occasione della festa dell’Europa, i lavori della “Conferenza sul futuro dell’Europa” che per quasi due anni ha riflettuto su che cosa e su come l’Unione Europea deve cambiare per adattarsi alle nuove esigenze di un mondo che è profondamente cambiato dall’ultima revisione dei trattati, avvenuta con quello di Lisbona (firmato nel 2007, entrato in vigore il 1 dicembre 2009). Si consideri che allora il termine economia digitale neppure esisteva e che tutti pensavamo che la fine dell’Impero sovietico avrebbe portato a un lungo periodo di pace e di prosperità per il nostro continente. L’Unione ha quindi dovuto lavorare con gli imperfetti strumenti usciti da una revisione incompiuta dei trattati: ricordiamo infatti che il Trattato Costituzionale, a cui aveva lavorato la Convenzione presieduta dall’ex presidente francese Giscard d’Estaing e dall’ex presidente del consiglio Giuliano Amato, fu bocciato da Francia e Olanda e che quello poi adottato a Lisbona dovette espungere tutte le parti che facevano riferimento a valori e simboli e accettare una versione al ribasso delle competenze e dei poteri delle istituzioni comunitarie. Da allora l’Europa, limitata nella sua capacità decisionale dalla pratica del voto all’unanimità in tutte le questioni più importanti, ha dovuto affrontare: – la crisi finanziaria mondiale del 2008, inventandosi nuovi strumenti per proteggere le sue banche e le economie degli Stati Membri, strumenti che furono adottati con trattati separati a causa dei limiti decisionali e di competenza; – la decisione del Regno Unito di uscire dalla UE e il lungo e defatigante negoziato che ne è conseguito; – la pandemia del 2020, per affrontare la quale non aveva praticamente nessun potere, essendo la sanità una competenza rimasta agli Stati Membri salvo un coordinamento dell’Unione su base volontaria. Malgrado questi drammatici limiti l’UE è riuscita a provvedere i vaccini per tutti gli Stati a prezzi competitivi, evitando una letale concorrenza fra tutti sui prezzi. In seguito è anche riuscita a varare un piano di Ripresa e Resilienza, che ha messo a disposizione degli Stati ingenti somme provenienti per la prima volta anche da debito europeo, assunto dall’Unione in deroga ai limiti rigidissimi imposti dai trattati; – da ultimo, malgrado le sue debolissime competenze in materia di politica estera e difesa, è riuscita a coordinare l’azione europea sulle sanzioni alla Russia per l’invasione dell’Ucraina, sugli aiuti al paese in armamenti e ad accogliere milioni di profughi, ripartendoli in barba alle regole di Dublino. Che cosa dimostrano questi eventi se non che l’intera architettura europea deve essere rivista, adattandola alle tante e diverse sfide che il futuro ci porterà? È sostanzialmente quello che i rappresentanti dei cittadini europei, delle organizzazioni della società, dei Parlamenti nazionali, degli enti regionali e locali, nonché del Parlamento Europeo e della Commissione, hanno detto nel rapporto finale della Conferenza, che è stato adottato e chiede che sia avviata una nuova Convenzione per modificare i Trattati e creare un’Europa capace di affrontare le sfide del futuro con efficacia e tempestività, adeguando le proprie competenze e le proprie regole a queste nuove sfide. Solo i rappresentanti degli Stati si sono riservati di decidere, dimostrando una volta di più che il freno è rappresentato da errate convinzioni e orgogli nazionalistici. Adesso inizierà un braccio di ferro fra gli Stati che vogliono andare avanti, verso un’Unione più stretta e politica e quelli che vogliono restare al metodo intergovernativo, che consente anche ai piccoli Stati di bloccare i processi decisionali, ricattando l’Unione per ottenere qualche vantaggio per sé stessi. Per lanciare la Convenzione basta un numero limitato di Stati, ma per approvarne i risultati servono l’unanimità e la ratifica di tutti gli Stati Membri secondo le proprie Costituzioni. Il che rende estremamente improbabile una revisione dei Trattati che attribuisca all’UE una vera sovranità sulle materie essenziali, una capacità decisionale e un budget proprio e adeguato ai fabbisogni, che è quello che chiede il documento finale della Conferenza. E allora? Che cosa succederà e che cosa si può fare? Questa volta qualcosa si muove anche al livello degli Stati. Una decina di loro sembrano, anzitutto, favorevoli ad avviare la Convenzione (tra questi quasi tutti i maggiori, Francia, Italia, Germania, Spagna e Portogallo, Belgio e Lussemburgo e forse alcuni altri). Soprattutto molti leader hanno cominciato a fare proposte per uscire dal meccanismo del voto all’unanimità e per affrontare le due questioni chiave: revisione delle competenze attribuendo all’UE quelle più squisitamente politiche e federali e allargamento ai paesi che da molto tempo premono per avviare il processo di entrata nell’Unione ma che in realtà ancora pronti non sono. Lo splendido discorso di Draghi davanti al Parlamento Europeo di pochi giorni fa ne è un esempio. Circola una proposta che è stata rilanciata anche dal segretario del Pd Enrico Letta e che si basa sul principio dell’Europa a due velocità, che ha sempre trovato l’opposizione di molti paesi tra cui la Germania ma che oggi potrebbe rispondere all’esigenza di dare una risposta all’Ucraina e ai paesi dell’ex Jugoslavia e dell’ex Impero sovietico e al tempo stesso di andare avanti con quel processo federale che la Germania del cancelliere Olaf Scholz ha inserito nel suo programma di governo. Si tratterebbe di creare una Confederazione Europea, con competenze essenzialmente economiche, sul mercato unico, sull’Unione doganale, sulle politiche agricole e di lotta al cambiamento climatico ma anche che chiaramente affermi i valori della democrazia e dello Stato di diritto. A questa potrebbero aderire tutti i paesi che si sono candidati e che possono dimostrare di essere in grado di accettarne le regole. Al suo interno, in un secondo cerchio ci sarebbe un’Europa federale con competenze politiche sovrane (politica estera, di sicurezza e difesa ma anche autonomia strategica per garantire ai cittadini i beni pubblici essenziali come il cibo, l’energia, le risorse, le produzioni industriali di base, le politiche per la lotta al cambiamento climatico, le regole per l’economia digitale, la politica economica, la salute e il coordinamento delle politiche sociali). Le regole di decisione sarebbero a maggioranza e l’Unione avrebbe precisi poteri autonomi in materia finanziaria, fiscale, di indebitamento, ovviamente all’interno di limiti pre-definiti. Anche se non viene detto, sarebbe possibile per i Paesi Membri attuali che non volessero ratificare il nuovo trattato restare all’interno della Confederazione rinunciando al passo avanti degli altri. Questo ovviamente vorrebbe dire prendere la decisione che faranno parte dell’Unione federale tutti i paesi che avranno ratificato il trattato, senza che gli altri possano bloccarli. Vorrebbe dire cioè che la porta resterebbe aperta per coloro che vorranno accettare, anche in futuro, le nuove regole ma che nessuno Stato potrà impedire che gli altri decidano di andare avanti verso una maggiore integrazione. Questo è quello che chiedono i cittadini europei e le organizzazioni della società civile: un’Europa che li protegga in un mondo sempre più inquietante, che garantisca loro i beni pubblici essenziali, capace di decidere e di realizzare quello che è stato deciso. Il momento è adesso: ci sono in Europa dei leader in grado di rispondere positivamente. E oggi, in occasione della chiusura della Conferenza e della festa dell’Europa, il presidente Macron, che è anche presidente di turno del Consiglio dell’UE, comincerà speriamo a dare delle risposte.

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