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L’unico patto possibile? Riportiamo la scuola al centro del Paese

di Teresa Olivieri |

Apro il ragionamento con una domanda retorica, quanto basilare: il futuro della scuola pubblica del nostro Paese vale il sacrificio di una strategia a lungo termine e l’onere di interventi rapidi, d’emergenza, per dare una prospettiva al prossimo anno scolastico che ci sottragga a quest’infinito senso precarietà in cui si vive dall’inizio della pandemia? La domanda non può che avere una risposta positiva. Ed è un po’ come inneggiare al settimo Comandamento, quello di “non rubare”. Qualcuno si chiederà che cosa c’entri il futuro della scuola con la Bibbia e il coraggio di Mosè, che sale sul Sinai per ricevere le tavole della Legge, e in particolare ammonire il suo popolo dall’evitare di intrupparsi nel settimo dei dieci Comandamenti. Che è quello più urticante, che più turba le nostre coscienze, perché i furti hanno tanti risvolti, e non investono soltanto la sfera economica. E la nostra scuola pubblica, se non si cambia strategia, se non si svolta, continuerà a “rubare” la vita a studenti e insegnanti. Morale: occorre concretizzare quanto sostenuto nel “Patto per la Scuola al centro del Paese”, firmato il 20 maggio 2021 dal ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi e dai sindacati confederali, che riconosce la valenza strategica che l’investimento in conoscenza riveste per le prospettive di ripresa e di avvio della crescita del nostro Paese. Il patto afferma la necessità di rilanciare l’intero sistema di istruzione e formazione attraverso un modello di interventi strutturali ed organici. I vuoti d’organico da coprire in provincia di Torino: 5.559 posti

All’opposto, il Decreto Sostegni bis interviene con provvedimenti frammentati, soluzioni-tampone per rimediare solo in minima parte alle più evidenti criticità che si manifestano all’avvio di ogni anno scolastico. È proprio il caso di dirlo: la montagna ha partorito un topolino… Nella provincia di Torino al 1° settembre avremo da “coprire” ben 5.559 posti curricolari vacanti, si tratta di posti non aggiuntivi, ma necessari a dare il dovuto “tempo scuola” agli studenti: 286 per la scuola dell’infanzia (192 posto comune e 94 di sostegno), 1.202 per la scuola primaria (605 posto comune e 597 di sostegno), 1.972 per la scuola media (1.404 posto comune e 568 di sostegno), 2.099 per la scuola superiore (1.788 posto comune e 311 di sostegno). Le graduatorie dei concorsi del 2018 e le GaE riguardano la scuola dell’infanzia e primaria e potranno coprire tutti i posti comuni ma resteranno oltre 600 posti di sostegno senza insegnanti. Per le medie e le superiori, dove abbiamo oltre 4.000 posti vacanti, si stanno compilando le graduatorie regionali del concorso straordinario (bandito nel 2019) con le quali si potrà, ottimisticamente, coprire al massimo il 15-20% dei posti comuni ma lasceranno oltre 800 posti di sostegno vacanti. Insomma il prossimo anno avremo tra i 3.500 e i 4.000 posti di diritto coperti da supplenti in barba alla continuità didattica, alla meritocrazia, alla costruzione di progetti di scuola condivisi… alla soluzione del precariato. Questi insegnanti continueranno ad essere fantasmi con la valigia sempre pronta allo scadere del contratto temporaneo ai quali lo Stato deve dare corpo e dignità, e verrebbe da dire anche riconoscenza per tutto il servizio prestato. Si deve riconoscere che chi è inserito nella prima fascia delle Graduatorie Provinciali per le Supplenze (GPS) è già abilitato all’insegnamento e deve essere stabilizzato in ruolo a prescindere dal vincolo dei 3 anni di servizio. Esaurita la prima fascia si proceda con la seconda fascia GPS dove gli aspiranti posseggono il titolo di studio ma non sono abilitati. Per costoro si faccia un corso abilitante in servizio con esame finale al termine del quale si proceda con la conferma in ruolo. Accanto a questo occorre una vision nuova che consideri l’istruzione un bene fondamentale per i giovani e il Paese e, di conseguenza in decisori politici assumano provvedimenti coerenti con quanto declamato.

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