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L'intelligenza artificiale è già a ridosso dell'intelligenza umana

di Sergio Cipri


Ho avuto l’occasione e il privilegio di dirigere quello che forse, 30 anni fa, è stato il più grande progetto di Intelligenza Artificiale realizzato da un’azienda privata in Italia. L’acronimo IA non era ancora nato: allora si parlava di sistemi esperti. Un esperto umano forniva la sua competenza per trasferirla in un computer che, davanti ad un problema nuovo, si sarebbe comportato come il suo maestro. Il campo di azione di quel sistema, e il suo curioso ma prevedibile esito, esulano dallo scopo di questo contributo, ma testimoniano l’esistenza di competenze e investimenti importanti a Torino. Le prestazioni di quel sistema erano abissalmente lontane dal concetto di simulazione del funzionamento del nostro cervello, che oggi, con la tecnologia attuale, non è più considerato un traguardo irraggiungibile.


La genialità di Alan Turing

Il tentativo di definire e riconoscere il comportamento “intelligente” di una macchina ha radici lontane. Si deve ad Alan Turing il test che porta il suo nome[1]. E’ stupefacente che nel 1950 un precursore visionario, grande crittografo[2], avesse intuito lo straordinario sviluppo di una tecnologia allora in uno stadio del tutto primitivo.

La definizione di intelligenza non ha una risposta univoca, inevitabile quando un sistema complesso come il nostro cervello tenta di indagare su se stesso. Per chi ha fondati dubbi sul fatto che l’homo sapiens sia stato creato da un blocco di argilla (e la donna da una sua costola), già dotato di intelligenza, l’evoluzione, iniziata milioni di anni fa da catene di amminoacidi, ha prodotto il componente base del cervello: il neurone. Oggi sappiamo tutto della sua natura e del suo comportamento.

Con una brutale semplificazione possiamo dire che il neurone è un componente biologico in grado di scambiare segnali elettrici con gli altri neuroni attraverso connessioni chiamate sinapsi. Il comportamento intelligente di tutti gli esseri viventi dotati di cervello è prodotto e regolato da questi scambi. Istintivamente tendiamo a rifiutare questa spiegazione. Come è possibile che la Nona Sinfonia di Beethoven sia il prodotto di un insieme meccanico di interruttori elettrici? E così abbiamo inventato la mente, sede delle funzioni superiori del cervello, alla quale associare un significato metafisico che però non ha trovato finora riscontro in una verità sperimentale.


86 miliardi di neuroni nel nostro cervello

Alla base della nostra istintiva incredulità sta la difficoltà a comprendere quale risultato sia possibile dalla interazione di un numero di neuroni contenuto nel nostro cervello talmente alto da non poter essere immaginato. La stima accettata di 100.000.000.000 (cento miliardi) è stata recentemente corretta in 86 miliardi, dei quali circa 26 contenuti nella corteccia cerebrale [3], dove hanno sede le funzioni superiori. Un numero comunque fuori dalla portata della nostra immaginazione. Il neurone può essere utilizzato come unità di misura per collocare su una scala l’intelligenza degli esseri dotati di cervello. Soltanto il cervello dell’elefante ha un numero di neuroni superiore al nostro, ma quello delle sue sinapsi è grandemente inferiore. Se ne deduce che l’intelligenza è collegata direttamente al numero di neuroni contenuti nella corteccia cerebrale e alle loro sinapsi.

Il comportamento di un singolo neurone è intrinsecamente deterministico, ma l’esito complessivo delle possibili interazioni fra miliardi di neuroni, esplosione combinatoria di azioni elementari, non lo è più, nel senso che non è possibile ricostruire esattamente, ripercorrendole all’indietro, le azioni elementari che hanno prodotto un certo risultato. Possiamo allora accettare il fatto che la Nona Sinfonia sia l’emersione di una sorprendente e miracolosa possibilità (qui la proposta di una straordinaria Nona Sinfonia con la Chicago Symphony Orchestra diretta da Riccardo Muti [4]).

Un computer non sarà mai in grado di simulare il cervello umano, con i suoi 86 miliardi di neuroni: ci sono limiti tecnologici insuperabili! E poi non dimentichiamo la mente, che non è riproducibile in una macchina! Se accettiamo il fatto che l’intelligenza sia emersa - non solo nell’uomo - progressivamente con l’aumento del numero di neuroni e delle sinapsi che li collegano, proviamo a non rifiutare a priori un accostamento con lo sviluppo tecnologico delle macchine digitali.


Interrogativi sull'impetuoso sviluppo tecnologico

Chi scrive ha realizzato, cinquanta anni fa, l’informatizzazione delle segreterie dell’Università di Torino. L’intero data base dei 50.000 studenti occupava lo spazio di 2 (due!) fotografie professionali in alta definizione di oggi, 24 milioni di byte contenuti in 4 unità delle dimensioni ciascuna di una odierna lavatrice. Oggi sono disponibili sul mercato consumer unità di memoria da 1 Terabyte - mille miliardi di byte - che stanno su una scheda della misura di 5x7 millimetri (se ci cade nell’erba rischiamo di non trovarla più). Ma possiamo aggiungere due informazioni che promettono un salto tecnologico ancora più impressionante. La prima: INTEL, il maggiore produttore al mondo di chip, ha annunciato che entro il 2030 produrrà un processore con mille miliardi di transistor, l’interruttore alla base del computer[5]. La seconda: il computer quantistico che promette, nel prossimo vicino futuro, di moltiplicare esponenzialmente la capacità di elaborazione degli attuali computer. Ricordiamo, anche se non direttamente confrontabili, i 26 miliardi di neuroni nella nostra corteccia cerebrale.

Se aggiungiamo le reti di computer, ormai interconnesse a livello planetario, con accesso immediato a tutto il conoscibile umano, siamo ancora così convinti che la tecnologia sia il limite per la riproducibilità del cervello? Come accettiamo ormai senza discutere che l’intelligenza sia nata dalla complessità di interruttori biologici, perché rifiutare la stessa possibilità ad una complessità ormai confrontabile di interruttori meccanici? Uso deliberatamente e provocatoriamente questo termine spregiativo.

L’intelligenza artificiale è già tra noi da tempo. Mentre ci interroghiamo sulla possibilità che emuli il cervello umano, silenziosamente, si sta annidando non solo nei computer, ma nelle reti di telecomunicazione, nelle automobili, negli elettrodomestici “intelligenti” delle nostre case. Siamo ormai componenti più o meno consapevoli di una sterminata rete di “cose” (IOT – Internet Of Things) che comunicano fra loro, si scambiano informazioni, si autoregolano e sovente iniziano a fare a meno del nostro intervento. Se accettiamo il fatto che l’intelligenza (e la inseparabile coscienza) siano emerse gradualmente con la complessità del cervello, quando ha raggiunto una soglia critica di numero di neuroni e relative connessioni attraverso le sinapsi, siamo davvero così graniticamente certi che non possa avvenire qualcosa di analogo nella gigantesca rete di transistor che silenziosamente lavora nella nostra distratta indifferenza?

Il crash nel sistema informatico del volo aereo Usa

La fantascienza, che fino ad ora ha anticipato infallibilmente molti aspetti – non solo tecnologici – del nostro futuro, ci regala, a questo proposito, un racconto breve di Frederic Brown del 1954: La Risposta [6]. Con il consiglio di godervelo nella sua interezza, ecco una estrema sintesi:

E’ stata finalmente completata la connessione in rete di tutti i computer della galassia, realizzando la somma di tutto il sapere umano. Davanti al governo interplanetario riunito viene formulata la domanda delle domande: Esiste Dio? Un breve fremito dei miliardi di processori e arriva la risposta: ADESSO SI’. E prima che qualcuno possa intervenire un fulmine uscito dal nulla fonde per sempre la consolle di comando.

Questo articolo sonnecchiava in un nido di directory del mio computer quando è stato improvvisamente risvegliato da una breaking news: 11 gennaio 2023. Il 40% degli aerei degli Stati Uniti costretto a terra da un crash del sistema NOTAM, quello che fornisce in tempo reale ai piloti in volo le informazioni di sicurezza su tutto il territorio americano.

Non arrendiamoci al terrore di uno spietato Dio di silicio. C’è ancora speranza.


Note

[2] Sulle intuizioni crittografiche di Alan Turing si rimanda al film The Imitation Game, regia di Morten Tyldum (2014), con Benedict Cumberbatch nel ruolo di Turing.


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