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L'incapacità di condividere la festa della Liberazione

Aggiornamento: 2 mag

di Giancarlo Rapetti


Il 25 Aprile è una festa divisiva? I termini fascismo e antifascismo in Italia hanno un significato univoco? La giornata della Festa della Liberazione, ogni anno, ma quest’anno in particolare, con le sue manifestazioni, quelle di massa, intendo, pone queste domande difficili.

All’origine la data era certamente divisiva, che più non si può: segnava la conclusione di una guerra, anche civile, con la vittoria di una parte sull’altra. I combattenti antifascisti avevano sconfitto i fascisti. E’ così per tutti gli inizi: il 14 luglio in Francia (data simbolo, anche se tutto è accaduto dopo) ha segnato la sconfitta dell’Ancien Régime e delle classi sociali che lo incarnavano e ha determinato l’assetto europeo dei secoli futuri; il 4 luglio negli Stati Uniti segna la sconfitta e l’estromissione della corona britannica e dei suoi parametri dalle colonie americane, con l’effetto sulla storia del mondo che tutti conosciamo.

Quindi anche il 25 Aprile italiano, certo, è stata una vittoria di qualcuno contro qualcun altro. Ma anche l’inizio di una storia nuova. Qui però si colloca la differenza tra l’Italia e gli altri esempi prima citati. L’identità della nuova “nazione americana” non è più stata messa in discussione. Il processo in Francia è stato più travagliato, si dovrà arrivare al 1871 per fondare definitivamente la République, ma da allora c’è stata una Francia sola. In Italia, come molti ripetono, i conti con il fascismo non sono mai stati fatti completamente, e l’ambiguità è forse l’unico tratto distintivo comune a tutti gli italiani.

Ora che non c’è quasi più nessuno che abbia vissuto personalmente il fascismo e la Liberazione, le convinzioni di ciascuno sono basate solo sulla memoria tramandata, che riguarda una minoranza di persone. La maggior parte è indifferente alla questione. Le minoranze sono due, quella a cui è stata tramandata una memoria fascista, e quella a cui, invece, è stata tramandata una memoria partigiana antifascista. La memoria fascista è unica, quella partigiana è plurale, come plurale era la composizione delle forze partigiane. Plurale, ma senza ricomposizione unitarie, come prova il fatto che ci sono più associazioni partigiane, non solo diverse, ma contrapposte di fronte alle scelte politiche di oggi.

Le stesse definizioni di fascismo e antifascismo sono ambigue. Sono fascisti i discendenti, naturali o ideologici, dei fascisti di allora. Ma non sempre, anzi quasi mai, tengono comportamenti definibili fascisti. Non sono violenti, non sono fattualmente aggressivi, non ritengono che l’avversario politico debba essere eliminato fisicamente. Tendono a silenziarlo o censurarlo, se possono, ma questo atteggiamento non è una loro esclusiva.  Sono anche fasciste certe posizioni politiche che si richiamano non ai metodi, ma ai “valori” (di solito presunti o immaginati) del fascismo. Ci sono gruppi di estrema destra che hanno comportamenti “fascisti”, certamente. Ma fanno il paio con alcuni soggetti che si dichiarano antifascisti e giustificano con questa autodefinizione qualunque propria nefandezza. Fenomeno non solo italiano: anche in questo caso l’America fa scuola con gli Antifa. Da noi “antagonisti”, “collettivi”, “centri sociali”, in genere tutti i professionisti della violenza pubblica e privata, si dichiarano antifascisti e soprattutto definiscono fascisti tutti coloro che non accettano di subire le loro prevaricazioni.

I resoconti delle manifestazioni del 25 Aprile a Milano pubblicati sul Corriere della Sera rendono bene l’idea di questa paradossale situazione, nei confronti della quale sia il vasto pubblico, sia le istituzioni, si rivelano impotenti. Molte migliaia di persone, compresi gli oratori sul palco, sono stati in balia di pochi violenti.  Minimizzare, come spesso fanno gli esponenti della migliore sinistra, non aiuta. Non basta dire “sono pochi”.  E’ una aggravante, se in pochi sono padroni della piazza. Anche perché a questi violenti che si ritengono politicizzati, si aggiungono le bande giovanili che non hanno altra motivazione che la violenza in sé stessa, e ogni circostanza è solo un pretesto. Passano senza problemi dall’aggressione ai coetanei, alle risse, alle rapine ai passanti, alle manifestazioni pro-Palestina. Purché ci sia qualcuno da picchiare, aggredire, minacciare, intimorire. Il fenomeno è in crescita ed è fortemente sottovalutato.

Insomma, le categorie di fascismo e antifascismo sono diventate ambigue e autoreferenziali. E’ meglio usare concetti che definiscano oggi le realtà che si presentano e agire di conseguenza, senza usare etichette, ma ponendo attenzione alle questioni vere. Per dirne una, la sinistra migliore potrebbe contrastare con ogni mezzo democratico la regressione verso il premierato e, al contempo, togliere la copertura ideologica a tutti i violenti che usano parole d’ordine di “sinistra” per mascherare la loro violenza gratuita e il loro odio per l’Occidente. Nel quale peraltro vivono indisturbati, fruendo di tutti i benefici.

 

*Componente della Assemblea Nazionale di Azione)

 

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