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L’impunità come normalità

di Menandro|

La mattanza, come è definita dall’informazione, nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta, ha ridato forza e coraggio a coloro che da anni denunciano nei penitenziari italiani pestaggi e prepotenze, considerati alla stregua di danni collaterali inevitabili per il materiale umano trattato: “i delinquenti si trattano come tali” è la vulgata dominante, anche se l’Italia ha dato i natali a Cesare Beccaria. Da anni lo scenario è sotto la lente d’ingrandimento dei Garanti dei detenuti percepiti però nell’immaginario collettivo come figure di diritto o meglio come un prezzo da pagare allo democrazia, anche se non se ne capisce bene la necessità. I Garanti raccolgono le denunce dei detenuti attraverso i loro avvocati e non solo, perché esistono le voci, e sono migliaia, degli agenti di polizia penitenziaria che rifiutano come ordinaria la pratica della violenza tra le celle. Eppure, in Italia la questioni carceraria è esplosiva per il sovraffollamento nelle carceri e l’assenza da decenni di una politica di edilizia penitenziaria. Nel suo ultimo rapporto, il XVII, l’associazione Antigone (associazione politico-culturale a cui aderiscono prevalentemente magistrati, operatori penitenziari, studiosi, parlamentari, insegnanti e cittadini che a diverso titolo si interessano di giustizia penale) ha segnalato che al 28 febbraio di quest’anno i detenuti sono 53.697, un numero che è tornato a salire rispetto al 31 dicembre 2020. Il tasso di sovraffollamento è oggi pari al 106,2%. Posto però che la stessa amministrazione penitenziaria riconosce formalmente che “il dato sulla capienza non tiene conto di eventuali situazioni transitorie che comportano scostamenti temporanei dal valore indicato” e che presumibilmente i reparti chiusi potrebbero riguardare circa 4 mila posti ulteriori il tasso effettivo, seppur non ufficiale di affollamento, va a raggiungere il 115% (a Torino il “Lorusso e Cotugno” ha un tasso di affollamento del 133,6%, 1.345 detenuti per 1.060 posti. Nelle carceri crescono i suicidi. In tempo di pandemia il Rapporto osserva che il numero di positivi nelle celle è superiore rispetto all’esterno. Negli istituti di pena italiani sono morte 18 persone detenute e 10 guardie penitenziarie. I tassi medi di positivi, stando ai dati aggiornati al febbraio 2021, mostrano che su 10.000 reclusi, il numero di positivi era di 91 persone, mentre nel resto della popolazione 68. Il Rapporto offre ulteriori dati illuminanti sul degrado del nostro sistema carcerario che la lettura: • Metà delle carceri è in area extraurbana e nell’11,4% dei casi non c’è mezzo di trasporto per raggiungere l’istituto • Nel 22,7% dei luoghi visitati non dappertutto è garantito disporre di 3 metri quadri a persona • Nel 9,1% dei luoghi il riscaldamento non è garantito in tutte le celle • Nel 29,5% delle celle visitate non è garantita la disponibilità di acqua calda • Nel 47,7% delle celle non vi è doccia • Nel 38,6% delle celle vi sono schermature alle finestre che non favoriscono l’ingresso di luce naturale • Nel 77,3% dei casi non è prevista una separazione dei giovani adulti (meno di 25 anni) dai più grandi • Nel 50% dei casi vi sono spazi attualmente non uso per ristrutturazione o inagibilità • Nel 79,5% degli istituti non c’è uno spazio ad hoc per i detenuti di culto non cattolico • Nel 25% dei casi non vi è un ministro di culto non cattolico • Nel 15,9% delle sezioni visitate non vi sono spazi per la socialità • Nel 36,4% dei casi non è prevista una ammissione settimanale alla palestra o al campo sportivo • Nel 20,5% dei luoghi non vi è un’area verde per i colloqui visivi nel periodo estivo • Nel 13,6% dei casi il direttore dirige più di un carcere • Solo nel 23,3% dei casi il magistrato di sorveglianza entra almeno una volta al mese in carcere • Nel 15,9% dei casi non vi è un medico per tutte e 24 le ore • Nel 56,8% delle carceri manca la cartella clinica digitalizzata • Nel 70,5% dei luoghi manca un’articolazione per la salute mentale • Nel 15,8% dei casi manca un servizio ginecologico per le donne detenute • La media ore settimanali di intervento psichiatrico per 100 detenuti è 8,97 e 16.56 per intervento psicologico • Nel 34,1% delle sezioni le celle non sono aperte 8 ore al giorno • Solo il 22,7% fa più di 4 ore d’aria al giorno • Nel 54,5% delle sezioni i detenuti non possono spostarsi in autonomia • Nel 52,3% dei casi non vi è possibilità di colloquio visivo la domenica e nel 25% mai di pomeriggio • Nel 31,8% dei casi è possibile prenotare un colloquio per un parente anche via internet • Nel 95,5% dei casi è previsto il colloquio con i parenti via skype • Nel 54,5% dei casi non vi è mai possibilità di uso della rete internet. Ne esce un quadro complesso, articolato, anche molto differenziato da istituto a istituto. I problemi strutturali sono notevoli e spesso alla base di diritti non assicurati. Però molte volte è anche una scarsa fiducia verso politiche penitenziarie moderne e fondate sulle nozioni di fiducia e responsabilità a determinare scelte come quelle dirette a anestetizzare in parte la grande novità della sorveglianza dinamica. Con queste premesse i casi come quello di Santa Maria Capua Vetere non sono che la normalità nutrita dall’impunità e dalla complicità degli apparati dello Stato. Per un innato senso del pudore, sorvoliamo sulle responsabilità dell’allora ministro della Giustizia Alfonso Bonafede all’epoca dei fatti, con Giuseppe Conte presidente del Consiglio. A ciò provvederanno la magistratura sul piano giudiziario e gli elettori su quello politico.

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