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L’imbuto verso cui corre l’Asia


di Stefano Marengo




L’assassinio di Shinzo Abe ha avuto come prevedibile effetto politico il rafforzamento della destra nipponica, con il premier uscente, Fumio Kishida, che ha trionfato alle elezioni parlamentari di domenica scorsa. Il risultato, tuttavia, non può essere interamente ricondotto all’onda emotiva seguita all’attentato di cui è stato vittima l’ex premier. La morte di Abe, anzi, non ha fatto che accelerare una tendenza ultraconservatrice che era da tempo nell’aria e che va letta nel più ampio contesto indopacifico, il principale teatro su cui si sta giocando e si giocherà la partita per l’egemonia mondiale.


La guerra di Putin all’Ucraina e le contromosse statunitensi stanno provocando un sensibile aumento della temperatura politica in tutta l’Asia. Un effetto domino che sta mettendo in luce i limiti delle alleanze esistenti, a cominciare da quelle promosse dagli USA, e l’ambiguità strategica di alcuni paesi. In uno scenario simile, ritenuto improbabile solo fino a qualche mese fa, è molto difficile prevedere quale sarà il comportamento dei diversi attori in campo. Si può, tuttalpiù, evidenziare qualche tendenza emergente.

Taiwan e lo “sguardo” della tigre cinese

Al centro di tutto c’è, naturalmente, la vexata quaestio di Taiwan, con la Cina che ambisce non solo a ristabilire la propria sovranità sull’isola, ma anche a farne una piattaforma per la propria proiezione oceanica e per il controllo del Mar Cinese meridionale. Dall’altra parte della barricata, Washington non vuole, né può permettersi di perdere il proprio avamposto politico, militare ed economico taiwanese, pena lo sgretolamento del dominio americano nel sudest asiatico e, a medio termine, in porzioni consistenti dell’Oceano Pacifico.

È a partire dal nucleo incandescente dell’affare Taiwan che oggi vanno valutati i vari riposizionamenti dei paesi asiatici e gli effetti globali del conflitto ucraino. Per quanto riguarda la Cina, se la guerra di Putin ha inizialmente provocato un certo imbarazzo a Pechino, Xi Jinping e il suo gruppo dirigente sembrano oggi aver riguadagnato il pieno controllo delle loro mosse. I cinesi, anzi, stanno beneficiando in prima persona delle sanzioni imposte dall’Occidente alla Russia: il paese, da sempre bisognoso di materie prime, ha visto moltiplicare le forniture di gas e petrolio in arrivo da Mosca e, con l’accresciuto peso politico che gli deriva dall’isolamento di Putin, può esercitare una pressione molto efficace per garantirsi che tali approvvigionamenti avvengano a prezzi contenuti o calmierati. L’economia cinese, di conseguenza, dovrebbe subire meno di altre le ricadute negative della guerra.

Sul piano più propriamente politico-diplomatico, Pechino nei mesi scorsi ha concluso un importante accordo di alleanza con le Isole Salomone, un’intesa che garantisce alla Cina un avamposto sul Pacifico e che per questo ha scatenato la fibrillazione degli Stati Uniti, con la Casa Bianca che ha immediatamente minacciato ritorsioni qualora il governo cinese progettasse di impiantare sulle Salomone una propria base militare.

Le ambiguità della potenza indiana

Da non sottovalutare è infine una notizia di cui poco in Italia si è parlato ma che, se dovesse trovare concretezza, potrebbe avere affetti profondi e di lunga durata. Mi riferisco al progetto, lanciato nel corso dell’ultima riunione dei Brics (“economie emergenti” di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), della creazione di una nuova moneta condivisa per le transazioni internazionali. Non si tratta, in realtà, di un’idea nuova, ma di una proposta che a suo tempo fu avanzata da Keynes, il quale vedeva in questo tipo di moneta uno strumento utile per garantire la stabilità dell’economia e impedire gravi fenomeni speculativi. Oggi tale proposta, naufragata in origine per l’opposizione degli Stati Uniti, ritorna in una nuova veste, ed è possibile che la Cina, che dei Brics è il paese più potente, intenda utilizzarla sia come strategia di attacco al potere del dollaro (e quindi alla solidità del sistema statunitense nel suo complesso), sia come strumento di espansione e rafforzamento della propria egemonia globale. Per ora, tuttavia, ha ancora poco senso azzardare previsioni e scenari futuri: l’idea di una moneta condivisa al momento è solo sulla carta; vedremo se e come i Brics saranno in grado di realizzarla.

A questo proposito, è necessario rilevare la fondamentale ambiguità di cui sta dando prova l’India. Il governo di Nuova Delhi, infatti, è da un lato membro del Quad, alleanza dichiaratamente anticinese guidata dagli USA e che comprende anche Giappone e Australia; dall’altro, le mosse del premier Nerendra Modi, vero dominusdella politica del subcontinente, hanno portato il paese a beneficiare di un maggiore afflusso di forniture energetiche russe e a rinsaldare l’intesa all’interno del club Brics. Se ne dovrebbe concludere che l’India abbia deciso di starsene a metà del guado, in uno stato di impossibile equidistanza tra la Cina e gli USA che si preparano ad incrociare le sciabole? È assai più probabile che il governo indiano coltivi l’ambizione di assumere una posizione di terza potenza, irriducibile alla logica bipolare immaginata dagli americani e, forse, dai cinesi.

Un’ambiguità per molti versi analoga sembra contraddistinguere le posizioni di diversi altri importanti attori del sudest asiatico, come l’Indonesia, il Vietnam e le Filippine. Tutti paesi che da tempo gravitano nell’orbita dell’influenza di Washington, ma che non è affatto detto siano disposti ad accettare la logica dello scontro frontale con il loro potente vicino cinese. È anzi piuttosto significativo che le recenti elezioni presidenziali nelle Filippine siano state vinte da Ferdinand Marcos, ossia il candidato con la posizione politica di maggiore apertura e dialogo nei confronti di Pechino.

Tra Washington e Tokio un patto d’acciaio

L’unica vera certezza, in questo contesto così fluido, è la tenuta dell’alleanza tra USA e Giappone, un’intesa resa ancora più granitica dalla storica rivalità tra il paese del Sol Levante e la Cina: se Tokyo teme da sempre la minaccia cinese, a Pechino non si sono certo scordati i massacri e l’occupazione militare giapponese prima e durante la Seconda Guerra Mondiale e i programmi scolastici sono sempre lì vigili a ricordarli. Nello specifico, il consolidamento delle posizioni politiche ultraconservatrici di Kishida ha come punto di caduta l’aumento massiccio delle spese militari nipponiche, ciò che configura una vera e propria rivoluzione strategica per un paese che nel 1945 è sostanzialmente smilitarizzato.

La nuova politica di difesa voluta da Tokyo potrebbe essere una buona notizia per gli Stati Uniti, che si ritroverebbero almeno in parte alleggeriti dall’onere di garantire la sicurezza giapponese. È tuttavia probabile che tale mossa aprirà immediatamente altri problemi per Washington, a partire dal raffreddamento dei rapporti con l’Australia, dove sono altrettanto ben radicati – al pari di quelli cinesi - i timori per un rilancio del protagonismo militare nipponico nella regione del Pacifico. Questa circostanza, unita all’ambiguità dell’India, impone di chiedersi, d’altronde, se l’alleanza Quad abbia una qualche consistenza reale o non sia soltanto sulla carta.

La situazione magmatica che abbiamo di fronte sconsiglia di avventurarsi in pronostici. Il terremoto strategico a cui stiamo assistendo, innescato dalla guerra in Ucraina ma carsicamente in preparazione da molto tempo, non consente ancora di immaginare come sarà il futuro né, men che meno, di indovinare gli esiti dello scontro tra potenze in atto. L’interesse di questa fase sta piuttosto nell’emergere di punti di rottura e tendenze inedite rispetto al passato. L’unica conclusione che al momento possiamo trarne è che il mondo di domani, comunque vadano le cose, sarà profondamente diverso dal mondo di oggi.





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