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L'ignoranza non è obbligatoria. Riflessioni su G. Meloni e il caso Scurati

di Michele Sabatino


Alcuni “giornalisti” e “intellettuali” spesso, troppo spesso, nei loro interventi ai vari talk show televisivi, continuano a collocare i fascisti e i comunisti del nostro Paese sullo stesso piano. Si tratta di una vecchia abitudine, riflesso pavloviano dei cascami della Guerra Fredda, che non tramonta mai, ma che tende ad ignorare, oggi come ieri, il ruolo avuto dai comunisti italiani (5 mila detenuti nelle carceri fasciste) nell'opposizione al Regime, nella guerra partigiana, nella costruzione della democrazia, nella stesura della Costituzione. Ma la storia, come avrebbe scritto l'indimenticabile Fortebraccio nei suoi corsivi, "a lor signori" tutto ciò è di scarso interesse, nonostante l'articolo 9 che recita al primo comma "La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica" e l'articolo 34 che assicura ai cittadini italiani che "La scuola è aperta a tutti. L'istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita". Ma, a "lor signori", evidentemente, più che l'istruzione, ad essere obbligatoria è l'ignoranza. De gustibus non disputandum est...

Premesso questo, si scopre che la televisione pubblica, controllata dal ministero del Tesoro, e sottoposta al vaglio della Commissione parlamentare di Vigilanza, alla vigilia del 25 Aprile, festa della Liberazione, ha deciso di bloccare la messa in onda del monologo sulla Festa della Liberazione dello scrittore Antonio Scurati che si trascrive integralmente.

Giacomo Matteotti fu assassinato da sicari fascisti il 10 di giugno del 1924. Lo attesero sottocasa in cinque, tutti squadristi venuti da Milano, professionisti della violenza assoldati dai più stretti collaboratori di Benito Mussolini. L’onorevole Matteotti, il segretario del Partito Socialista Unitario, l’ultimo che in Parlamento ancora si opponeva a viso aperto alla dittatura fascista, fu sequestrato in pieno centro di Roma, in pieno giorno, alla luce del sole. Si batté fino all’ultimo, come lottato aveva per tutta la vita. Lo pugnalarono a morte, poi ne scempiarono il cadavere. Lo piegarono su se stesso per poterlo ficcare dentro una fossa scavata malamente con una lima da fabbro.

Mussolini fu immediatamente informato. Oltre che del delitto, si macchiò dell’infamia di giurare alla vedova che avrebbe fatto tutto il possibile per riportarle il marito. Mentre giurava, il Duce del fascismo teneva i documenti insanguinati della vittima nel cassetto della sua scrivania.

In questa nostra falsa primavera, però, non si commemora soltanto l’omicidio politico di Matteotti; si commemorano anche le stragi nazifasciste perpetrate dalle SS tedesche, con la complicità e la collaborazione dei fascisti italiani, nel 1944.

Fosse Ardeatine, Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto. Sono soltanto alcuni dei luoghi nei quali i demoniaci alleati di Mussolini massacrarono a sangue freddo migliaia di inermi civili italiani. Tra di essi centinaia di bambini e perfino di infanti. Molti furono addirittura arsi vivi, alcuni decapitati.

Queste due concomitanti ricorrenze luttuose – primavera del ’24, primavera del ’44 – proclamano che il fascismo è stato lungo tutta la sua esistenza storica – non soltanto alla fine o occasionalmente – un irredimibile fenomeno di sistematica violenza politica omicida e stragista. Lo riconosceranno, una buona volta, gli eredi di quella storia?

Tutto, purtroppo, lascia pensare che non sarà così. Il gruppo dirigente post-fascista, vinte le elezioni nell’ottobre del 2022, aveva davanti a sé due strade: ripudiare il suo passato neo-fascista oppure cercare di riscrivere la storia. Ha indubbiamente imboccato la seconda via.

Dopo aver evitato l’argomento in campagna elettorale, la Presidente del Consiglio, quando costretta ad affrontarlo dagli anniversari storici, si è pervicacemente attenuta alla linea ideologica della sua cultura neofascista di provenienza: ha preso le distanze dalle efferatezze indifendibili perpetrate dal regime (la persecuzione degli ebrei) senza mai ripudiare nel suo insieme l’esperienza fascista, ha scaricato sui soli nazisti le stragi compiute con la complicità dei fascisti repubblichini, infine ha disconosciuto il ruolo fondamentale della Resistenza nella rinascita italiana (fino al punto di non nominare mai la parola “antifascismo” in occasione del 25 aprile 2023).


Una censura che confligge con l'articolo 21 (lo usiamo volutamente in forma estensiva alla vicenda) della nostra Costituzione? Ne ha tutta l'aria, anche se la riserva - da non minimizzare, nell'attuale situazione - da cui scaturisce il rifiuto sul compenso a Scurati, giudicato eccessivo per un solo minuto, può fare presa sul cittadino medio, che quella cifra la raggiunge, invece, in un mese. Anche se, nel stigmatizzare quel migliaio di euro richiesto dal romanziere e storico, si mette in ombra i milioni di euro che la Rai ha speso per trasmissioni flop, come è stato denunciato dall'Usigrai, il sindacato dei giornalisti Rai, in allarme per scelte aziendali che portano a spendere "6 milioni di euro per il programma Avanti Popolo"; la stessa azienda che "ora avanza motivazioni di carattere economico per l’esclusione di Scurati. Motivazioni già smentite dai fatti". Aggiunge, l'Usigrai: "Siamo di fronte ad un sistema pervasivo di controllo che viola i principi del lavoro  giornalistico. L'assemblea dei Comitati di redazione della Rai mercoledì ha proclamato lo stato di agitazione e approvato 5 giorni di sciopero".

Rimane da chiedersi se si tratta di una posizione difensiva, che rivela la fragilità conscia e inconscia di chi ha soltanto rimosso, ma non affrontato fino in fondo, con tutto il "dolore" che si impone alla ricerca anche introspettiva, le sue origini politiche. Forse.

Di certo, emerge il fastidio ad ascoltare verità storiche sulla dittatura fascista che costringerebbero la signora G. Meloni a dichiararsi, senza se e senza ma, “antifascista” e valorizzare la democrazia, cui hanno concorso i partiti di sinistra, quella stessa democrazia che le ha permesso grazie alla Resistenza di non essere esclusa, di non essere ghettizzata o perseguitata per le sue idee, e di essere democraticamente al posto in cui si ritrova.

In ultimo, è doveroso ricordare che il cavalier Benito Mussolini è bollato dalla Storia come un criminale che ha gettato "per sedersi al tavolo dei vincitori" l'Italia nella distruzione e nella disperazione con una guerra di aggressione e di conquista.

I veri patrioti, per usare un termine caro alla presidente del Consiglio G. Meloni, invece, erano quei partigiani

che morivano sotto le fucilazioni gridando “viva l’Italia!” e molti di questi erano “comunisti", militanti dell'allora Pci, sempre in prima fila per contrastare gli avversari della democrazia, dal banditismo del mafioso Salvatore Giuliano, allo stragismo della destra neofascista al terrorismo rosso, alle lotte per la Pace e alle stragi di mafia negli anni Ottanta, e sempre a fianco dei lavoratori.

In conclusione, per ritornare a monte, si cita Pietro Ingrao, che al momento dello scioglimento del Pci commentò: “Milioni di italiani intorno a quel nome hanno combattuto non solo battaglie di libertà, ma hanno visto la tutela dei più deboli come patrimonio sepolto da valorizzare”.

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