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L'elezione di La Russa: si chiude una pagina di storia, apriamo ora la pagina politica

di Michele Ruggiero

Ieri la classe politica italiana ha confermato di vivere in una "bolla", letteralmente estranea alla vita reale del Paese. L'elezione a presidente del Senato di Ignazio Maria Benito La Russa, infatti, ha messo in bella mostra il mercantilismo delle poltrone, il rifiuto della trasparenza a favore dell'opacità, l'abitudine a favorire gli accordi sottobanco: piaghe endemiche della nostra storia. Premesso ciò, r l'elezione alla seconda carica dello Stato dell'incolpevole Ignazio La Russa e il significato che la società italiana vorrà darne di un uomo di sentimenti dichiaratamente fascisti. Ammesso e non concesso che si debba trovare a tutti i costi un significato. Ma uno su tutti andrebbe esplorato: il superamento della divisione ideologica verso una definitiva pacificazione nazionale.


A questo punto, però, ci sarebbe da domandarsi se l'accento o l'enfasi deve cadere più sui nomi, con le loro storie controverse o meno, che non sui comportamenti, come crediamo, per imprimere l'idea di una svolta per la società italiana raramente incline a percorsi lineari. Del resto, il presupposto fondamentale da cui partire è noto: l'Italia è una nazione che ha nel suo Dna il coraggio in situazioni estreme, ma non nella continuità che richiede l'onestà di fare i conti col passato.


Il 25 aprile 1945, giorno della Liberazione, rimane una data attorno alla quale si sono edificati i valori antifascisti, ma non è stato il momento del processo al fascismo che, al contrario, ha continuato a vivere - e non a sopravvivere - nella società italiana con una continuità straordinaria in tutti i suoi gangli vitali, dalla magistratura alle forze dell'ordine, alle forze armate, all'educazione scolastica fino ai vertici della politica del ministero dello Spettacolo. Lo si è scritto e ripetuto migliaia di volte: l'Italia non ha avuto la sua Norimberga, pur con tutti i limiti che quel processo ha maturato per la stessa Germania nell'emendarsi dal nazismo. E per questo deficit, l'Italia ha pagato più volte la stessa cambiale: operazione contabile errata in partita doppia conta, decisamente controproducente per la partita politica. Adesso, concordemente, potremmo provare a dirci che il tempo dei pagamenti è finito.


Ora, nell'Italia del "non detto" e peggio "del non fatto", indignarsi per Ignazio La Russa presidente del Senato sarebbe da ipocriti. La sua elezione segue il naturale corso della sua carriera politica, ma, soprattutto, degli eventi: la maggioranza conquistata il 26 settembre dalla coalizione del centro destra nei due rami del Parlamento. Dunque, è un'assunzione di maggiore responsabilità del centro destra. Ed è anche la conferma che Giorgia Meloni e Fratelli d'Italia, di cui La Russa è fondatore, non sono disposti a una minore esposizione politica. Interpretiamolo come un segnale importante proprio per uscire dalle ambiguità, come ha in un certo qual modo ha suggerito ieri nel suo discorso la senatrice a vita Liliana Segre.


Il Paese guarda e aspetta al varco il centro destra da cui pretende risposte adeguate per uscire dal guado e dalla crisi economica e civica nel rispetto della democrazia, delle sue leggi e del profilo assunto con l'introduzione della Costituzione repubblicana. E, caduta ogni forma di prevenzione anche istituzionale per gli eredi dichiarati del fascismo che hanno avuto una palingenesi politica e personale lunga, tortuosa, quanto apprezzabile, per essi non vi sono più alibi. Nessuno potrà mai sostenere che "entrati nella stanza dei bottoni, non abbiamo trovato i bottoni".


La Storia non si cancella, né si deve riscrivere ad ogni cambio di governo, però concorre a comprendere le evoluzioni delle società e delle persone. Ieri sera, nel suo discorso al Senato e nelle successive interviste televisive, Ignazio La Russa ha dimostrato che le biografie per avere un senso aderente alla realtà, sono "cantieri" sempre aperti... E la sua, con i riferimenti a Sandro Pertini e a Luciano Violante, non fa eccezione, dando a intendere che non ci sono che orme oramai indistinguibili di quell'Ignazio Benito Maria La Russa, nato a Paternò (città metropolitana di Catania) il 18 luglio 1947, che negli anni Settanta si distingueva nelle strade della Milano non ancora da bere, ma da picchiare, da malmenare, da intimidire. Tutt'alpiù restano gli occhi spiritati che s'infuocano come lampi quando la passione politica lo travolge e la ragione non raggiunge in tempo utile il freno a mano. Né esiste più il furore iconoclasta che lo animava e lo tormentava nella lotta al comunismo nostrano e internazionale da dirigente del Fronte della Gioventù, l'organizzazione giovanile del Movimento sociale italiano-Destra Nazionale, il partito nato dalle ceneri di quello fascista che aveva dato vita alla Repubblica di Salò (1943-1945).


In quegli anni giovanili, contraddistinti da stagioni dalla temperatura sempre identica per il calore elevato che sprigionava nelle piazze e nelle strade, il temperamento fumino trasformava Ignazio in Benito e La Russa in La Rissa in servizio permanente effettivo. Era l'epoca in cui piazza San Babila, il fortino nero del fascio milanese, era vietata all'attraversamento di giovani con l'eskimo, la barba e il quotidiano Lotta Continua o giornali analoghi della sinistra ex parlamentare, previa dazione fisica fino a rischio accoltellamento. E non solo. Negli anni Settanta, il nome di Ignazio La Russa comparve sulle prime pagine dei giornali nelle sulla morte dell'agente di pubblica sicurezza Antonio Marino, 22 anni. Era il giovedì nero del 12 aprile del 1973 che sconvolse Milano: una manifestazione missina non autorizzata (era previsto un comizio del senatore Ciccio Franco, il "boia chi molla" di Reggio Calabria) finì nel sangue per il lancio di due bombe Srcm da esercitazione (in dotazione all'esercito italiano) contro le forze dell'ordine. L'inchiesta o meglio un verbale di delazione spedì in carcere due militanti di destra, Vittorio Loi, figlio del grande campione di boxe Duilio Loi, e Maurizio Murelli, oggi editore di libri controcorrente.[1]


Da quei giorni, Ignazio La Russa è stato altro e si è detto altro, di certo nella pratica della violenza.[2] E il suo curriculum denuncia una marcia inarrestabile: parlamentare dal 1992, vice presidente dei senatori nella XVIII legislatura che si è chiusa il 12 ottobre, vice presidente della Camera nella XII legislatura - l'anno del I governo Berlusconi - dal 1994 al 1996, ministro della Difesa dal 2008 al 2011. Sappiamo bene che i curricula illustrano, ma non raccontano. In qualunque caso, quello parlamentare di Ignazio La Russa non ha mai fatto vacillare la nostra democrazia, alla quale semmai ha concorso con l'iniezione di nuovi anticorpi, se non altro perché la società italiana cui aspira è legittimamente diversa da quella in cui crede una parte del Paese, oggi minoranza in Parlamento. Ma, in fondo, è ciò che rende insostituibile la dialettica democratica.


[1] https://www.ugomariatassinari.it/maurizio-murelli-12/

[2] https://it.wikipedia.org/wiki/Ignazio_La_Russa

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