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L'EDITORIALE DELLA DOMENICA. Su chi ricadrà il sangue degli innocenti?


di Emmanuela Banfo

Ritorniamo sulla strage degli innocenti. Come non farlo, dopo aver letto ieri, 16 marzo, sul quotidiano israeliano Haaretz, la notizia di un ragazzo palestinese di dieci anni colpito dalle truppe di Tel Aviv davanti a suo padre e morto tra le braccia di suo fratellino di sette anni. La scena raccontata è sconvolgente nella sua crudeltà: una pallottola l'aveva colpito la testa e il padre, sconvolto, aveva aperto la portiera del passeggero per tirare fuori il figlio dal veicolo urlando "Amro è morto! Amro è morto!". Inorridito, il fratello minore saltava fuori dall'auto e correva via.[1]

Quante volte si sono ripetute queste scene di sangue nella striscia di Gaza dal 7 ottobre scorso? Se ci s'interroga, se ci si ferma anche soltanto un secondo a riflettere sulla dimensione del dramma, si comprende il senso dell'accorata e recente dichiarazione del commissario generale dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi (UNRWA) Philippe Lazzarini, secondo il quale finora sono morti più bambini a Gaza che in quattro anni di guerre nel mondo, che ha lasciato senza fiato.[2] E da un lato è bene che la reazione sia di indignazione, sgomento perché significa che la vita sentita come valore e ancora di più di coloro che  hanno appena iniziato a muovere i primi passi e che le carte internazionali tutelano quali portatori e portatrici di diritti fondamentali, dal gioco all’istruzione, dalla famiglia alla salute. Dall’altro l’informazione deve sempre fare i conti con il fenomeno dell’assuefazione e della tendenza sempre più diffusa a ridurre la realtà a numeri, a dimensioni misurabili.

Sul primo aspetto ormai è acclarato come il bombardamento, questo sì mediatico, di immagini di violenza, di corpi martoriati, di mamme e figli in fuga, producono al meglio qualche corteo di protesta, al peggio fastidio, di chi fa in fretta a cambiare canale tv col telecomando, o è vinto da una paura egoista e improduttiva, di chi si rifugia nel proprio piccolo mondo evitando qualsiasi coinvolgimento. Sull’altro aspetto, se c’è una guerra, di fatto in atto dal 1948, in cui è in gioco un coacervo di sentimenti sedimentatisi da secoli eppure pulsanti nei cuori e nelle menti di popoli fratelli-nemici, è proprio questa dal 7 ottobre scorso sotto i riflettori.

I bambini e le bambine di Gaza sono vittime di un’ostinazione al non-dialogo, a non riconoscere le ragioni dell’altro, a chiudersi nella torre d’avorio delle proprie certezze, al disconoscimento di diritti umani universali, mali di cui tutti siamo portatori. Perciò tutti dobbiamo sentirci in qualche modo chiamati in causa, evitando innanzitutto di scadere in polarizzazioni e tifoserie che non fanno altro che alimentare quel clima di odio, di violenza, di sopraffazione dell’avversario, clima substrato di tutte le guerre che s’intendono contestare a parole.

Pesare sul bilancino i torti e le legittime difese delle parti in causa sul terreno di scontro, conduce a un vicolo cieco. Perché restano a interrogarci proprio sul terreno di scontro gli innocenti, coloro che pagano il prezzo di guerre volute da altri, in primis bambini e donne. Accade da sempre in tutte le guerre. Accade da sempre attraverso l’arma dello stupro e il disprezzo, che a volte si traduce in vera e propria volontà di annientamento, delle nuove generazioni garanti della continuità di un popolo. Si somma a tutto questo una cultura dove i/le bambine/e sono proprietà degli adulti, usati per raggiungere i loro obiettivi, che, a seconda dei contesti, possono essere la banale ambizione del genitore a spingere il proprio figlioletto al talent scout di turno, o, cosa ben più grave, farne trofei di guerra.

Secondo l’ Unicef tra il 2005 e il 2022 oltre 120mila bambini/e sono stati uccisi o mutilati nelle guerre. Un/a bambino/a su sei vive in zone di conflitto armato. A Gaza nei primi 100 giorni di guerra, ne sono morti 10mila. Per comprendere meglio il contesto di alta tensione geopolitica di questo momento storico, secondo i dati forniti dal Conflict index 2024 ( il rapporto annuale pubblicato dall’ Acled, organizzazione non governativa che si occupa di monitorare i conflitti nel mondo) nel 2023 i conflitti sono aumentati del 12% rispetto al 2022, più del 40% rispetto al 2020. Ad oggi si contano oltre 147 guerre con almeno 167.800 vittime. Nel 2023 quelle più cruente sono in Ucraina, Myanmar, Messico, Palestina.

Altro dato significativo: il centro di ricerca Pew Research ha calcolato che almeno la metà delle 193 nazioni del mondo, hanno registrato un aumento della violenza legata all’intolleranza religiosa. Il 76% degli episodi di questo genere nel 2020 si è verificato in Europa. Tingere di religioso i manifesti politici per dare a questi una più solida legittimità, tra cui l’uso della violenza, non è una novità storica. E l’ Europa, con le sue guerre di religione dovrebbe saperlo.

I numeri sono un linguaggio universale che impatta sull’opinione pubblica più di mille discorsi. E, invece, i discorsi bisogna affrontarli. Non soltanto perché al di là dei numeri c’è tutta la complessità di realtà diverse che soprattutto richiedono capacità di analisi, di discernimento, senza cadere nella trappola della "religionizzazione-sacralità" delle istanze politiche, anzi smascherandola. Non c’è nulla che abbia effetti più devastanti della semplificazione che accredita lo stereotipo dell’ebreo usurpatore, dell’islamista fanatico e violento e così via. Ma perché dietro ogni numero c’è una persona, adulto o bambino/a, che ci chiede "perché?". Perché mi è stata negata la possibilità di crescere, di vivere la mia esistenza, di progettare il mio futuro. In nome di che cosa sono stato/a sacrificato/a, su quale altare è stato posato il mio corpo inerme? Nessuno si senta escluso dal rispondere a questa domanda. A maggior ragione né il governo Netanyahu, né i leader di Hamas. In particolare il primo, a capo del "mio" popolo, come lo fu per la moabita Ruth nell’omonimo libro dell’ Antico Testamento, ha un compito in più nella storia datogli dalla vocazione a cui il Dio d’ Israele ha chiamato Abramo: essere fonte di benedizione per tutte le famiglie della terra. Avere come stella polare, ebbene sì nell’agire politico, la visione del profeta Isaia di  esseri umani capaci di trasformare le loro spade in vomeri d’aratro, di disimparare la nefasta arte della guerra.


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