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L'EDITORIALE DELLA DOMENICA. Netanyahu è lo specchio, per quanto deformato, di Israele

di Maurizio Jacopo Lami


"Perché un uomo dovrebbe volersi mettere a capo di una nazione, se non vuole guidarla? Com'è possibile che questo Paese, la nostra adorata Israele, di gran lunga più forte di tutti quelli che lo circondano, non è capace di compiere una mossa strategica che migliorerebbe la nostra situazione? La risposta è semplice: abbiamo un leader, Benjamin Netanyahu, che ha combattuto una sola unica battaglia, quella per la sua sopravvivenza politica. La battaglia per la guerra in cui ci ha fatto precipitare fino a farci diventare uno stato binazionale, la fine del sogno sionista".

Contrariamente a quello che verrebbe d'istinto pensare, la citazione non è riferita a una frase di questi giorni, ma a un discorso pubblico tenuto l'8 gennaio del 2011 nei pressi di Tel Aviv all'accademia del Mossad, il leggendario servizio segreto israeliano. Le circostanze erano quanto mai singolari: Meir Dagan, celebre ed ardimentoso capo del Mossad, per sua stessa ammissione lasciava anzitempo l'incarico perché si sentiva scoraggiato, ma dalle parole traspariva l'avversione nei suoi confronti Benjamin Netanyahu, anche allora primo ministro in carica, perché i contrasti erano diventati troppo gravi. Un combinato disposto contro il quale l'unica difesa erano state le dimissioni.  

Ma cosa mai aveva spinto Dagan ad attaccare a sorpresa il primo ministro Benjamin Netanyahu? Quali erano i vissuti di sofferenza che avevano spinto quel piccolo e coraggioso ex parà pluridecorato Dagan, uomo che si era meritato il rispetto di tutti gli agenti della "mondo delle ombre", a presentarsi alla conferenza stampa di congedo zoppicando come sempre (il ricordo perenne di una mina palestinese a Gaza, sempre Gaza nel destino, negli anni Settanta) appoggiandosi al suo famoso bastone? Famoso e pericoloso bastone, perché conteneva una lama affilata che poteva sguainare premendo un pulsante. Una volta, nella primavera del 2009 a Milano, parlando col responsabile Italiano della sezione dei servizi segreti dedicata al Medio Oriente aveva spiegato: "tutte le armi da fuoco possono incepparsi, ma le lame uccidono sempre".

La risposta è semplice ed è collegata in maniera assolutamente stretta ai tragici eventi di questi giorni a Gaza. In proposito, secondo l'ultimo "bollettino", la guerra è costata quasi diciottomila morti palestinesi. Ma, le stime, comprese quelle della Cia, denunciano un numero di vittime superiore, perché molte di esse giacciono insepolte sotto le macerie, mentre tra i soldati israeliani si contano 96 morti. Dagan, ritornando a sopra, era al comando del Mossad dal settembre 2002. Aveva ricevuto l'incarico da Ariel Sharon, il combattente che amava ricordare che nel suo vocabolario non esisteva la parola rassegnazione: "se non posso saltare un ostacolo lo distruggo", amava dire. Ma negli anni, oltre a guidare il Mossad con mano ferma e autorevolezza, Dagan si era distinto nel criticare senza mezzi termini la politica di Netanyhau: "È senza coraggio, senza responsabilità morale, perfino senza cervello. Non pensa, non riflette minimamente sulle conseguenze a lungo termine delle sue azioni, e se gli spieghi i suoi errori non dà nessun segno di avere compreso". E rincarava la dose, gelido e sprezzante: "lo so che è stato regolarmente eletto, ma questo vuol solo dire che anche una persona poco intelligente può arrivare a grandi cariche". 

Il problema di Netanyahu, avvertiva Dagan (morto in un letto a causa di un tumore nell' aprile 2016), era quello di pensare unicamente alla propria sopravvivenza politica, anche a costo di scagliare l'intera nazione verso pericolose sfide coi nemici. Per Dagan si trattava di una politica insensata e pur di tentare di fermarlo partecipò alla campagna elettorale della primavera 2015.

In un celebre discorso dal palco disse parole che suonano più attuali che mai tanto sono legate al dramma di Gaza e all'ennesima guerra fra israeliani e palestinesi, alla necessità di pensare una nuova politica: "Io non voglio uno Stato binazionale. Io non voglio uno Stato di apartheid. Io non voglio governare su tre milioni di arabi. Io non voglio che gli israeliani siano ostaggi della paura, della disperazione, dell'impasse. Io credo che sia giunta l'ora per noi di svegliarci, e spero che i cittadini israeliani smettano di sentirsi minacciati giorno e notte". E terminò drammaticamente e, col senno di poi, profeticamente: "Questa è la più grave crisi di potere nella Storia dello Stato. Noi meritiamo una classe dirigente che definisca nuovi ordini di priorità. Una classe dirigente che serva il popolo, non sé stessa".

Parole tragiche, ma bisogna guardare l'attuale situazione di Israele e la posizione politica di Netanyahu anche da un altro punto di vista. Facciamoci una semplice domanda: perché, visto che Israele è indubbiamente una democrazia, un Paese dove si può discutere liberamente, opporsi a viso aperto, leggere giornali che sfidano a viso aperto il governo (a differenza di tanti  cosiddetti "giornalisti" dei paesi arabi, che in realtà non sono altro che scherani delle dittature, Hamas compresa) Netanyahu ha vinto così tante campagne elettorali, compresa l'ultima ed per questo è Primo ministro?

La deduzione in base ai fatti è questa: Netanyahu incarna davvero un'esigenza precisa del Paese, un'esigenza del popolo israeliano: quella di non potersi fidare neppure un momento dei tanti e feroci nemici che circondano il Paese. L'antisemitismo nelle sue molteplici forme, islamico, di estrema destra e di estrema sinistra è diffuso in maniera spaventosa, a un livello tale che addirittura non teme più le condanne. Non esiste un altro popolo che debba affrontare così tanti nemici, così diffusi e così implacabili.

Gli ebrei si sentono soli, appoggiati da pochi amici fedeli (su tutti gli Stati Uniti d'America) e all'opposto sono combattuti da una vera e propria massa di nemici implacabili, in particolare l'Iran e i suoi non pochi alleati sciiti nelle varie parti del Medio Oriente. Ci sono gli Hezbollah in Libano (di gran lunga i più pericolosi e meglio organizzati) che sembrano non riuscire a decidere se tentare un attacco ad Israele pressoché suicida, o immergersi in una perfetta neutralità di fatto; poi la brigata iman Al Hussein in Siria, che in questa fase è relativamente tranquilla e le milizie irachene di Badr Organization, che attaccano le basi americane in Iraq, (con risultati modesti) ma non sanno bene che altro fare, e gli strani ribelli Huthi dello Yemen (che gli ayatollah di Teheran considerano eretici, ma in questa fase non si butta via nulla...) che cercano di ostacolare la navigazione delle navi occidentali nel Mar Rosso e lanciano addirittura missili verso Israele.

A questo già preoccupante elenco si aggiunge naturalmente il nemico più vicino: quello delle fazioni palestinesi sunnite che per decenni hanno cordialmente odiato gli sciiti dell'Iran. Salvo poi allearsi fra il generale stupore degli osservatori negli ultimi anni. Ma ora il vento sta già cambiando, nell'eterna instabilità mediorientale, e si avverte il ritorno ai vecchi steccati. Così ci si è ritrovati dinanzi all'egemonia politica di Hamas sulla Striscia di Gaza e non solo, che ha sfruttato le condizioni vessatorie imposte da Israele ai palestinesi per scatenare una guerra le cui cicatrici da una parte e dall'altra non si rimargineranno mai. Infine ci sono le mille fazioni della Cisgiordania ferocemente divise fra Jihad islamica, la relativamente laica Al Fatah, che Tel Aviv considera il nemico da schiacciare appena avrà "chiuso la pratica" di Gaza, quando, probabilmente fra circa un mese, non ci sarà più nulla da distruggere e combattere nella Striscia, e i cittadini arabi di Israele che sono divisi fra gli indubbi vantaggi che gli dà vivere in una democrazia (chi parla di "apartheid" in Israele provi a riflettere anche solo un secondo, di più non c'è bisogno, sulla assenza di diritti civili nei paesi arabi) e la tentazione di essere solidali con gli altri palestinesi.

In mezzo a questa impressionante sfilata di nemici, non si può trascurare il nemico di sempre, l'antisemitismo di estrema destra che sta risorgendo con enorme vigore ovunque, a un punto tale da rendere perfino difficile il semplice contrasto. 

A questo punto perché stupirsi se un uomo come Benjamin Netanyahu che come programma annuncia al popolo israeliano "Non fidiamoci fratelli ebrei: il nemico non vuole la pace" trovi così tanti orecchie attente? Netanyahu sbaglierà politica, ma sa di trovare consensi attorno a sé quando quando invita Israele a non abbassare la guardia in questa fase. Perché, è il refrain suo e del governo, se lo Stato ebraico vuole davvero ottenere la pace coi suoi nemici, deve prima dimostrare di non essersi indebolito.

Per questo tragico motivo la guerra nella Striscia di Gaza non si fermerà adesso, ma andrà avanti ancora per circa un mese con il suo tributo di sangue innocente, sorda alle risoluzioni delle Nazioni Unite su cui gli Usa pongono immediatamente il veto, indifferente alle reazioni degli Stati Arabi e della Turchia, mentre l'Europa tace, memore dei rischi che i suoi stati membri, in primis l'Italia, corrono se osano interessarsi "seriamente" delle questioni mediorientali. Fa male pensarlo, fa soffrire scriverlo, ma la realtà è sotto gli occhi di tutti: Israele non si fermerà fino a quando non avrà annichilito le fazioni islamiste. Che, naturalmente, risorgeranno, a dispetto dell'uccisione di oltre settemila miliziani di Hamas e dei "chiari segni di resa fra gli islamisti", secondo l'affermazione dell'IDF, le forze armate israeliane.

Israele cerca di sconfiggere il nemico più vicino per vendicarsi del terribile attacco del 7 ottobre, ma soprattutto cerca di ritrovare l'equilibrio necessario per continuare ad esistere. Ma a quel punto, esisteranno ancora i palestinesi, come entità sociale, culturale, di comunità libera e non dominata o soggiogata? Anche questa è una domanda che ci dobbiamo porre tutti.


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