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L'EDITORIALE DELLA DOMENICA. La giustizia riparativa è un atto evolutivo

di Stefano Maria Cavalitto


Agli inizi degli anni’50 del secolo scorso Melanie Klein (1882-1960), nota psicoanalista austriaca poi naturalizzata inglese, assieme alla collega Joan Riviere (1883-1962), anche lei inglese, due figure femminili in mezzo ai molti uomini del fervente panorama psicoanalitico del tempo, scrive un testo che in Italia viene pubblicato col titolo “Amore, odio e riparazione”. In estrema sintesi, qui viene sottolineato come secondo le autrici la capacità di saper “riparare” i danni procurati all’altro, all’interno di una relazione, sia una delle caratteristiche più evolute e integrate dell’essere umano e come questa sia connessa con il concetto di “partecipazione” alla relazione con l’altro, in opposizione invece al concetto di "invidia”, che invece la mina e tende a distruggerla.

Ebbene, pur non essendo io un “kleiniano”, come si dice nell’ambiente psicologico-psicoanalitico, cioè uno studioso che fa diretto riferimento all’opera di Melanie Klein, per quanto le categorie e  le etichette possano valere, mi sembra che in queste poche righe che richiamano alcuni suoi concetti cardine, ci sia qualcosa dell’argomento “giustizia riparativa”. Certo, il riferimento bibliografico è un riferimento storico e l’attualità teorica psicologica si nutre di una complessità più ampia, tuttavia il richiamo, non solo lessicale, al tema mi sembra plausibile.

Peraltro non io sono nemmeno un giurista, tuttavia l’articolo scritto da Mauro Nebiolo Vietti, successivo a quello di Guido Tallone su questo sito, mi chiama a riflettere.[1]

Idealmente mi sbilancerei a dire che ogni soluzione di giustizia equa potrebbe essere meglio del carcere e della pena afflittiva in senso stretto e analogamente mentre lo scrivo mi rendo conto di doverlo, se non negare, quantomeno piegare alle necessità di realtà. Concordo in ogni caso con quanto scritto nell’articolo di Nebiolo Vietti, ed in particolar modo con l’aspirazione a creare modelli sociali che introducano la questione della responsabilità più che della colpa: la possibilità accedere ad un processo di cambiamento che sia retributivo per chi ha subito e nello stesso tempo una possibilità di affrancamento da modelli comportamentali inadeguati per chi commette il reato. La lingua inglese parlerebbe forse di logica del win-win: vinco io, vinci tu. Affermazione che trovo non del tutto adeguata tuttavia al tema giustizia.

Anni addietro mi è capitato di seguire un gruppo di lavoro che si occupava di mediazioni di conflitti; era una équipe pluriprofessionale composta da avvocati, psicologi, educatori, filosofi e con il proprio lavoro tentava di comporre conflitti medio-piccoli evitando la via giudiziale in senso stretto. Il tutto non senza grosse fatiche ed esiguità di risorse riservate dalle istituzioni a tale pratica sociale, di rilevante importanza, invece, a mio avviso.

Tornando all’articolo di Nebiolo Vietti, mi sembra di cogliere che il fulcro di una qualsiasi forma di giustizia riparativa sia il processo di cambiamento individuale e collettivo che essa deve mettere in moto: chi commette un reato e imbocca la strada della riparazione, deve avere poi la concreta possibilità di accedere a posizioni sociali nuove che ne alimentino il cambiamento stesso.

Il processo quindi va attivato e seguito nelle sue varie progressioni, pena, all'opposto, l’alta probabilità di fallimento. Facendo un parallelo con altre dinamiche di deistituzionalizzazione, come la dismissione degli ospedali psichiatrici o anche le cure sanitarie domiciliari piuttosto che in ospedale, notiamo che tali processi necessitano di un sostegno lungo tutta la filiera in cui si snodano, in modo tale da garantire la continuità della cura.

Sfioro solo la questione dei possibili utilizzi distorti legati alla giustizia riparativa come quello, ad esempio, di utilizzarla da parte di alcuni come scorciatoia per rientrare in ambienti da cui la giustizia stessa li aveva allontanati e provo a chiudere con un'immagine. Una di quelle classiche di cui si serve la Gestaltpsychologie, la Psicologia della Forma o più semplicemente Gestalt: quella detta delle “due facce e la coppa”, in cui a seconda dello sguardo vediamo due profili o una coppa, ma con molta difficoltà riusciamo a tener presente la totalità che le contempla tutte. Il rapporto figura-sfondo ci dona la prospettiva. Come il rapporto singolo-collettivo ce la dona in ambito sociale: una giustizia equa può essere definita quella che al tempo stesso vede il singolo ed il collettivo in una unicità che li comprende nei vicendevoli diritti, doveri e prospettive, con una sforzo ed una difficoltà tuttavia non indifferenti.


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