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L'EDITORIALE DELLA DOMENICA. L'alluvione e la prevalenza del sistema limbico... made in Italy

Aggiornamento: 27 mag

di Sergio Cipri

La recente alluvione in Emilia Romagna ci presenta due verità apparentemente inconciliabili. Le immagini che saturano i telegiornali ci mostrano una risposta straordinaria delle popolazioni locali, una mobilitazione dei servizi, una partecipazione commovente di un volontariato con capacità di autoorganizzazione non scontate, una gara generosa a fornire aiuto concreto a chi ha perso tutto. All'opposto, le parole degli esperti – a volte “esperti” – elencano spietatamente i ritardi, le opere incompiute, lo sfruttamento selvaggio del suolo, i comportamenti illeciti venati di autentica criminalità.

Sarebbe infantile la tentazione di separare in modo manicheo i buoni e i cattivi. Alla fine i due lati della medaglia descrivono comunque noi. Siamo noi che, dallo schermo televisivo, fotografiamo l’IBAN di una sottoscrizione per donare a persone sconosciute, senza domandarci quali percorsi farà il nostro dono. E siamo sempre noi che, se solo si presenta l’occasione, cerchiamo di non pagare una tassa senza peraltro sentire il minimo disagio.

Ora, premetto che ho sempre rifiutato i luoghi comuni pigramente affibbiati ai nostri vicini di nazionalità diversa, ovviamente contraccambiati. Non vi è nulla di scientifico nella pretesa di riconoscere caratteristiche e comportamenti comuni a milioni di individui accomunati semplicemente dalla appartenenza territoriale. Eppure... Il verificarsi periodico, ricorrente e inesorabile, di situazioni almeno in parte prevedibili, nelle quali ci presentiamo impreparati come se mai nulla di simile si fosse verificato nel passato richiede un qualche tipo di riflessione.

Il vostro occasionale editorialista è un executive coach, un professionista che, per mestiere, aiuta i manager a scoprire i loro talenti in un percorso di crescita guidata. L’immagine del manager freddo e razionale, che analizza e decide in base a dati accuratamente verificati ed elaborati, magari con l’aiuto della ormai obbligatoriamente citata Intelligenza Artificiale, è quanto meno mitizzata. Tutti gli studi sul comportamento umano – e il manager, in quanto umano, non sfugge a questa verità - concordano sul peso della componente emotiva (io preferisco il termine emozionale) sulle decisioni che continuamente siamo chiamati a prendere. E la mia personale esperienza non può che confermare.

I comportamenti emozionali e quelli razionali hanno basi fisiologiche ormai ben conosciute nella mappa del cervello umano. Questi due meccanismi fondamentali, e le loro interazioni, sono responsabili del nostro comportamento individuale. Ma che cosa succede quando assistiamo a comportamenti collettivi?

Quando, circa un milione di anni fa, comparvero i nostri progenitori, il loro cranio era molto diverso dall’attuale e simile a quello delle scimmie antropomorfe che sopravvivono senza modifiche ancora oggi. La parte più sviluppata era quella posteriore, mentre quella anteriore, sopra l’arcata sopracciliare, era appiattita e sfuggente. La forma corrispondeva al peso preponderante dell’amigdala e del sistema limbico, specializzato nella risposta rapida ai segnali di pericolo, rispetto alla corteccia prefrontale che ospita le funzioni superiori del cervello.

L’istinto più potente di tutte le specie viventi è quello della sopravvivenza. Gli organismi biologici hanno sviluppato sistemi di allarme, attacco e fuga basati sulla velocità di risposta. Le funzioni cerebrali superiori che si stavano sviluppando nell’uomo erano, con la loro intrinseca lentezza in quell’ambiente dove sopravvivere implicava uccidere e mangiare oppure essere ucciso e mangiato, un ostacolo.

Davanti ad un forte segnale di pericolo, trasmesso dai nostri sensi, l’amigdala scatena, in pochi decimi di secondo, il rilascio di diversi ormoni, il più noto dei quali è l’adrenalina. La conseguenza è un aumento della frequenza cardiaca, una maggiore irrorazione dei muscoli, una accelerazione dei riflessi, una maggiore efficienza dei sensi. Ma fa una cosa ancora più straordinaria: dice alle funzioni più elevate – razionali – che lentamente iniziavano ad analizzare gli stessi segnali, taci! Se vuoi sopravvivere! Sei troppo lento! Quello che cerchi di fare non serve a nulla, anzi ci potrebbe uccidere! Lascia fare a me! In termini tecnici si chiama sequestro dell’amigdala.

Quando il pericolo immediato è superato – sempre che il nostro antenato sia sopravvissuto – l’amigdala restituisce il controllo alla corteccia prefrontale, che analizza, confronta, soppesa, valuta le diverse opportunità.

Nel milione di anni trascorso la corteccia prefrontale ha avuto uno sviluppo impressionante, confermato dalle dimensioni e forma del nostro attuale cranio, ma – per nostra fortuna – il cervello ancestrale è giunto intatto, con le sue funzioni, fino a noi. Non viviamo più – non tutti, almeno - in tempi feroci come i nostri antenati, ma i segnali di pericolo continuano, magari sotto altra forma, a segnare la nostra vita e l’amigdala è sempre in allarme.

Il nostro comportamento individuale è gestito dall’equilibrio dinamico delle due componenti: emozionale controllata dall’amigdala e dal sistema limbico, razionale controllata dalla corteccia prefrontale. Nello stesso individuo convivono due personalità completamente diverse e solo dal loro equilibrio scaturisce la figura complessiva con cui ci rapportiamo.

L’emergenza alluvione ha attivato il sistema limbico nelle vittime ma anche, per identificazione, in chi vede le immagini dei telegiornali. I comportamenti individuali sono fortemente influenzati dalle risposte emozionali, la pietà, la solidarietà, la generosità, la disponibilità ad aiutare l’altro. Le reazioni sono istintive, rapide, i calcoli di convenienza silenziati. Ogni individuo risponde con il suo particolare equilibrio fra emozione e razionalità, ma è evidente un comportamento collettivo sbilanciato verso il lato emozionale.

Poi l’emergenza si attenua, il sequestro dell’amigdala si riduce, prevale la corteccia prefrontale, ed ecco che avanzano la prudenza, l’egoismo, l’interesse personale, il calcolo politico, il compromesso, la preoccupazione di quanto un intervento – per quanto indispensabile– favorisca in termini di voti meno me del mio avversario alle prossime elezioni.

E’ possibile ipotizzare un punto di equilibrio collettivo fra emozionalità e razionalità posizionato diversamente in popolazioni diverse? E’ possibile ipotizzare il DNA di un popolo? E’ possibile, per assurdo, dedurre l’esistenza di una base biologica a sostegno dei luoghi comuni, con la negazione dei quali è partito questo articolo? Domande, tante, ma nessuna pretesa di scientificità, mi raccomando!
















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