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L'appello: "La scuola non va lasciata sola"

di Antonio Balestra*

Dopo l'ultimo femminicidio, quello di Giulia Cecchettin, si è riaperto - anche su questo sito [1] - un dibattito in corso da anni riguardo al ruolo che la scuola dovrebbe svolgere nella trasmissione di valori che, in qualche modo, le famiglie e la società sembrano non essere in grado di comunicare alle nuove generazioni di ragazze e ragazzi.

È come se ogni volta eventi non straordinari nella loro tragica ricorrenza, ma resi unici dal circo mediatico, facessero ricordare alle nostre coscienze e a quelli dei nostri politici che i problemi esistono. E così inizia la corsa all'individuazione di soluzioni fantasiose o semplicistiche, e fra i grandi attori coinvolti nel dare quelle soluzioni c'è quasi sempre la scuola con i suoi insegnanti. La scuola viene, di volta in volta, chiamata a colmare le carenze della nostra società e viene caricata di compiti non sempre facili da assolvere.

Molti anni fa, quando ero un giovane insegnante ad Orvieto, durante un convegno, il professor Paolo Crepet sottolineò ripetutamente la necessità per la scuola di fornire risposte concrete ai problemi delle nuove generazioni. In quel contesto, il mio preside intervenne chiedendo perché si focalizzasse esclusivamente sulla scuola, trascurando il ruolo centrale della famiglia. Il sociologo rispose in maniera perentoria e a mio dire troppo semplicistica che la famiglia non esisteva più. Era il 1995, e ora, quasi trent'anni dopo, la richiesta alla scuola italiana di fornire risposte in assenza delle famiglie torna prepotentemente. Questo accade ogni volta che si verifica un evento di rilevanza mediatica, che sia un femminicidio, come in questo caso, o episodi di bullismo, omicidi tra coetanei o stragi stradali.

I vari Ministri che si sono succeduti in questi anni al dicastero di viale Trastevere, ad ogni episodio assurto agli onori della cronaca, con molta solerzia, intervengono sistematicamente con dichiarazioni che, da un lato, alimentano polemiche e, dall'altro, accentuano il disorientamento di un corpo docente ormai da tempo sovraccarico di compiti e responsabilità che vanno oltre il proprio ruolo. Ricordiamo il recente annuncio del ministro Giuseppe Valditara riguardo al voto di comportamento in risposta agli episodi di bullismo. Ebbene a tre mesi dall'inizio dell'anno scolastico, non è stato emanato alcun decreto, e sembra che tutto venga rinviato al prossimo anno scolastico.

Coerentemente con questa tradizione il Ministro è intervenuto prontamente dopo la morte di Giulia, anticipando l'introduzione della materia di educazione all'affettività. Tuttavia, successivamente, una volta dissipata l'emozione iniziale, questa iniziativa si è trasformata in un semplice progetto pomeridiano extrascolastico con frequenza facoltativa. Insomma, un modello presente ormai in maniera consolidata in molte scuole italiane. Certamente, manca una strategia complessiva che fornisca alle scuole gli strumenti necessari per intervenire in modo efficace su temi così delicati,

È importante inoltre considerare che non esiste una sola "scuola", ma molteplici "scuole". Ogni autonomia scolastica, che conta circa 8000 istituti, e ogni singolo plesso si confronta con realtà completamente diverse, dovendo affrontare sfide territoriali, socio-economiche e culturali che variano notevolmente fra loro.

Non si può ignorare che attualmente, la scuola italiana in generale è caratterizzata da un rapporto complesso con le famiglie, dalla medicalizzazione degli studenti con un'alta incidenza di patologie psichiatriche, disagio e fobia scolare. È una scuola stanca, non è scandaloso ammetterlo, ma che in questi anni non si è mai sottratta al compito che le è stato assegnato dalla nostra Costituzione.

Per affrontare una sfida così fondamentale per la crescita dei futuri cittadini, è necessario ricostruire il doppio patto tra scuola e famiglia, e tra scuola e società. La scuola è spesso ostaggio di dinamiche conflittuali che minano il suo ruolo e quello degli insegnanti. Non è possibile costruire una scuola dei diritti sotto la minaccia del TAR, al quale i genitori si rivolgono sempre più spesso per vari motivi. Attualmente, la scuola è oggetto di contestazioni totali, che vanno dalla non promozione fino alle azioni disciplinari, mettendo in crisi la collaborazione e la sinergia con le famiglie che dovrebbero costituire la base del patto educativo per i nostri studenti.

Dall'altro lato, la scuola sembra essere lasciata sola nel contrastare messaggi contraddittori provenienti da ambienti influenti del nostro paese. I docenti trovano difficile spiegare ai nostri ragazzi che la donna non è un oggetto, quando i messaggi provenienti dalla società sono di tutt'altro tenore. È complicato trasmettere la necessità di raggiungere l'equiparazione salariale delle donne e di garantire alle donne le stesse opportunità nel raggiungere posizioni apicali nella nostra società, specialmente quando lo stesso Ministero dell'Istruzione introduce le "quote azzurre" nel prossimo concorso per dirigente scolastico.

Come possiamo parlare di affettività alle nostre studentesse e ai nostri studenti senza un'adeguata educazione a una sessualità consapevole? Come possiamo affrontare seriamente la situazione attuale senza riconoscere che condizionamenti storici e influenze esterne hanno prodotto un sistema patriarcale che porta a fenomeni come quello del "possesso", fortemente collegato ad episodi tragici come il femminicidio di Giulia? Troviamo difficile spiegare ai nostri studenti che non esistono alibi o giustificazioni di fronte a episodi di violenza contro le donne, quando si continua a confondere le vittime con i carnefici e si perpetua il concetto che le ragazze debbano stare in guardia per evitare il "lupo cattivo".

La scuola ha un compito importante, ma mai come ora non può essere lasciata sola.


* Dirigente scolastico Liceo artistico Renato Cottini, Torino


Note

[1] Stefano Capello, "Non scarichiamo tutto sulla scuola: l'educazione è alleanza" in https://www.laportadivetro.com/post/non-scarichiamo-tutto-sulla-scuola-l-educazione-è-alleanza


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