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L'appello di Mattarella alla pace Papa Francesco non è più solo

Aggiornamento: 11 ott 2022

di Menandro


L'urlo del presidente della Repubblica Sergio Mattarella per la pace, titolano all'unisono i giornali di oggi, 11 ottobre, 60° anniversario dell'apertura del Concilio Vaticano II [1]. Il Capo dello stato chiede una soluzione quantomai "urgente e necessaria" per chiudere "una guerra sciagurata, che la Federazione Russa ha scatenato arrogandosi un inaccettabile diritto di aggressione [che] lascia ogni giorno una scia di morte, di distruzione, di odio, che inquina anche ogni campo delle attività civili e delle relazioni". Parole inequivocabili, solidali (e non solo) con la vittima e severamente giudicanti dell'aggressore che ricordano quelle permanenti di Papa Francesco, ribadite ieri dall'Osservatore Romano, quotidiano della Santa Sede, con il titolo in prima pagina "Scegliere la via della Pace di fronte al pericolo nucleare". Ora, i propugnatori della pace sono due. Il che rende meno facile (almeno si spera) ironizzare sull'istinto di sopravvivenza che distingue quanti si staccano dal pensiero unico della guerra a tutti i costi.


Ma allo stesso tempo, a 230 giorni dall'inizio della guerra che nell'arco delle ultime 72 ore ha registrato un attentato terroristico sul ponte Kerč' della Crimea e il ritorno orrendo e spietato dei missili russi su Kiev e su altre importanti città dell'Ucraina, l'appello del Presidente Mattarella sembra indicare il superamento delle due categorie - vittima e aggressore - attorno alle quali si è radicalizzata la posizione dell'Occidente che aiuta con l'invio di armi e sostegno economico il governo di Zelensky.


Non a caso, diciamo, anche se il presidente della Repubblica merita esegeti migliori e più qualificati di noi. Tuttavia, in una fase in cui prevale l'emozione per la recrudescenza della guerra, che nelle posizioni sul campo di battaglia non è comunque mutata, il Capo dello Stato dà l'impressione di chiedere un supplemento di lucidità e di prognosi sulla piega presa dagli avvenimenti proprio per uscirne fuori e sottrarsi a quella "scia di morte, di distruzione, di odio, che inquina anche ogni campo delle attività civili e delle relazioni".


È il segno di una altrettanto lucida lungimiranza, che pur accogliendo e facendo propria le emozioni, se ne stacca per affrontare con pragmatismo il cancro della guerra che dal 24 febbraio produce metastasi sempre più invasive e irreversibili, dunque inguaribili, che rischiano di spegnere la convivenza civile, se non subito con un olocausto nucleare come sono in molti giustamente a temere, comunque nel divenire con quella scia di morte, di distruzione e di odio, che sarà difficile rimuovere in chi sta vivendo questi momenti, ma soprattutto nelle generazioni future.


Generazioni future di cui si potrà sempre manipolare la memoria trasmessa carica appunto di odio, come accade da decenni, purtroppo, in altre parti del mondo. È questo che vogliamo per la nostra Europa ritrovata dopo le macerie del 1945 e per coloro che vivono ai nostri confini? Sembra questa la domanda che il Capo dello Stato abbia deciso di rivolgere a tutti noi e ai Grandi della Terra.

Note

[1]Luca Rolandi, Il Concilio Vaticano II ha sessant'anni: occasione di riflessione profonda, https://www.laportadivetro.com/post/il-concilio-vaticano-ii-ha-sessant-anni-occasione-di-riflessione-profonda



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