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L’antifascismo dev’essere anche cambiamento sociale

di Stefano Marengo|

Gli attacchi squadristi alla sede nazionale della Cgil e la conseguente mobilitazione unitaria proclamata dai sindacati sembrano aver risvegliato la coscienza antifascista di una parte consistente del Paese. Ma, se all’interno di questa ritrovata consapevolezza, è fondamentale dare nuova centralità alla questione sociale, sarebbe un errore grossolano bollare con il marchio di eversivi tutti i partecipanti alle manifestazioni no green pass. È chiaro, infatti, che non lo sono. Prenderne atto non vuol dire in alcun modo dimostrare accondiscendenza verso una protesta dai tratti non sempre composta, spesso equivoca e irragionevole. Significa, al contrario, analizzarla come il sintomo visibile di un disagio ben più profondo. Infatti, se non ci si lascia abbagliare delle argomentazioni (la dittatura sanitaria, l’inoculazione di microchip attraverso il vaccino, la sostituzione della popolazione e via dicendo), appare abbastanza evidente che l’oggetto della contestazione è un assetto del potere politico ed economico che, negli anni, ha prodotto frustrazione sociale e, talvolta, vera e propria disperazione. In questo senso, il rifiuto del green pass, del vaccino o della mascherina non sembrano più che pretesti, occasioni in cui tale frustrazione si manifesta, secondo una dinamica che le restrizioni dovute alla pandemia di Covid-19 ha certo reso più acuta, ma la cui origine è ben più antica. Il disagio con cui si ha a che fare è il tratto proprio di una società nella quale, da troppo tempo, a un numero sempre più elevato di persone è ristretto l’accesso alle ricchezze materiali e simboliche di cui avrebbe bisogno per condurre una vita dignitosa e pienamente provvista di senso. È la realtà, in Italia come altrove, del tardo capitalismo. Una realtà “liquida”, per dirla con Bauman, che ha prodotto, da un lato, il blocco degli ascensori sociali, la crescita sempre più accentuata delle disuguaglianze, l’impoverimento di ceti medi e popolari, l’affermazione epidemica di lavoro precario e lavoro povero e lo smantellamento del Welfare. D’altra parte, l’incertezza della vita materiale si è tradotta in un’instabilità esistenziale – che nulla ha da spartire con il disagio degli anni Sessanta del Novecento, meno che mai sotto il profilo culturale – che si manifesta, ad esempio, come mancato riconoscimento del proprio ruolo sociale, crisi di identità, difficoltà crescenti di gestione delle relazioni intersoggettive e, al limite, incapacità di affermare valori condivisi. Di fronte a ciò, la politica da troppo tempo ci dice che non c’è alternativa, che del modello di sviluppo dominante, al limite, si possono addolcire gli aspetti più foschi, senza tuttavia cambiarne la sostanza. Ora, è proprio questa inerzia, questo consenso ideologico delle classi dirigenti che oggi sta diventando sempre più oggetto di sfiducia. Una sfiducia che può manifestarsi in forma silenziosa, come l’astensione dal voto, che ormai ha raggiunto nuovi picchi storici, oppure in forma rumorosa, in piazza e sul web. A questo alveo vanno ricondotte anche le proteste contro il green pass. Liquidarle come farneticazioni non farebbe altro che confermare l’incapacità da parte della politica di leggere i bisogni reali della società al di sotto del parossismo e dell’irrazionalità degli slogan cospirazionisti. Bisogna infatti rendersi conto che le teorie del complotto godono oggi di qualche credito in quanto succedanei allucinati di una politica che ha smesso di coltivare la visione di un mondo più giusto e si è appiattita sull’amministrazione di una realtà perennemente uguale a se stessa. Detto altrimenti, se oggi molti finiscono con l’aggrapparsi a fantasie complottiste per dare un senso alla propria condizione di frustrazione e impoverimento, la causa va individuata nella smobilitazione della politica come progetto di emancipazione collettivo. In altri termini, l’abbandono dell’utopia come arma pacifica di rigenerazione anche morale ed etica. Dal vicolo cieco in cui oggi ci troviamo si può uscire soltanto producendo un’alternativa all’attuale modello di sviluppo. Ciò significa, in primo luogo, che le dinamiche economiche e sociali non possono più essere presentate alla stregua di avvenimenti naturali rispetto ai quali “non possiamo fare nulla”, ma come fenomeni che vanno governati, indirizzati, al limite radicalmente contrastati. In altre parole, il compito della politica deve essere quello di elaborare il profilo di una società nuova che restituisca alle persone sicurezza di vita materiale e occasioni di crescita e realizzazione personale. Il rischio concreto, se questa alternativa non vedrà presto la luce, è che si crei lo spazio, nella nostra società, per una certa accondiscendenza nei confronti dell’estremismo di destra e delle sue mire eversive che proprio all’utopia (per quanto distorta) assegna un ruolo rivoluzionario e di contrasto all’appiattimento comportamentale e al conformismo. Il neofascismo, infatti, dispone di un armamentario ideologico che, in assenza di una politica di emancipazione, può intercettare la rabbia e la frustrazione di masse consistenti di cittadini, strumentalizzandole e piegandole ai propri fini autoritari e violenti. Per tutte queste ragioni la coscienza antifascista che si sta ridestando in questi giorni non può risolversi in mera condanna verbale e nella riaffermazione dell’esistente. Sarebbe comodo, ma anche estremamente pericoloso, considerare fascista chiunque protesti. La contestazione, invece, va colta nel suo significato di fondo e riarticolata in una critica rigorosa del tardo capitalismo e in un progetto politico alternativo per l’avvenire. L’antifascismo, se vuole essere davvero tale, deve porre la questione sociale in tutta la sua urgenza, senza infingimenti e con la necessaria radicalità.

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