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Joyce, il dolore e la libertà di non avere certezze


di Maurizio Jacopo Lami|


“In paradisum.Detto che andava in paradiso o che è in Paradiso. Lo dice per tutti. Lavoro seccante. Ma deve pur dire qualcosa”.Ulisse di Joyce

In tempi di pandemia come questi, quando tutto diventa incerto, val la pena di rivolgere la mente a James Joyce, che nacque proprio il 2 febbraio del 1882, 140 anni fa. Viviamo in un’epoca in cui i pensieri spesso si affastellano, in cui si avverte tutto il peso del non sapere che cosa avverrà domani, e lo scrivere di Joyce con quel succedersi intenso di riflessioni, frasi, battute sembra fatto apposta per darci strumenti di risposta. La pandemia, se ci riflettete, ha spezzato le nostre normali coordinate spazio-temporali, mettendoci in una situazione nuova, mai provata prima: ogni progetto sa un po’ di sforzato, perché non sappiamo se si potrà davvero compiere, ogni attività, anche la più banale (“Papà domani si va a scuola?” “Non lo so, dipende se nessuno oggi segnala di essere positivo alla Covid”…) e diventa una scommessa… Davvero l’irlandese Joyce che visse gli anni inquieti dell’inizio Novecento (gli stessi di Kafka, Proust, Svevo…) ci può dire molto con quel suo sofferto narrare in opere come Ulisse o Dedalus. E infatti quei personaggi così tormentati che rifiutano ostinatamente la morale del tempo, che non vogliono appoggiarsi alle certezze religiose (si pensi a che cosa significava questo nell’Irlanda a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento) possono piacere o non piacere (e personalmente, ad essere sinceri, li trovo tormentati all’eccesso, quasi una postura in certi momenti, ma è appunto un parere rigorosamente personale), hanno il sapere di tempi difficili, di anni in cui si avvertono enormi cambiamenti in arrivo, ma non si riesce a capire ancora cosa succederà. Insomma anni come il nostro 2022. E mentre seguiamo i bollettini sulla pandemia che ci ha così cambiato le vite, mentre ci interroghiamo sulla drammatica crisi in Ucraina, che ci auguriamo finisca con una stretta di mano perché rifiutiamo l’idea di una distruzione collettiva, davvero ci si sente più vicini ai tormentati scrittori del Novecento.

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