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Iran, ora il regime spara sui detenuti politici

Aggiornamento: 3 feb 2023


Guarda il video. Più criminali dei presunti criminali. I Guardiani della rivoluzione, i pasdaran, sparano sui dissidenti e manifestanti arrestati e segregati nelle prigioni. Questo è l'immagine spietata che denuncia il quotidiano in Iran, mentre gli iraniani chiedono il superamento del regime clericale, l'apertura alla democrazia. Teatro della repressione è il carcere di Evin, a Teheran, luogo di pena in cui si ipotizza sia reclusa l'italiana Alessia Piperno, la trentenne di Roma, arrestata il 30 settembre dalle forze di sicurezza, che nei suoi post su Instagram aveva descritto puntigliosamente la protesta dilagante in Iran.

Fonti vicine al Consiglio nazionale della Resistenza iraniana sostengono che il fuoco dei pasdaran era indirizzato ai detenuti della sezione 7, quella "dedicata" ai rivoltosi, che si erano rifugiati sul tetto. Nei video si odono anche esplosioni e le urla dei prigionieri contro i vertici del regime, mentre divampano le fiamme che si sarebbero sviluppate in modo del tutto accidentale, avrebbe riferito il portavoce di Teheran. Lo stesso che ha confermato il bilancio dell'incendio: 4 morti e 61 feriti. Una ricostruzione contestata dalla resistenza iraniana che denuncia al contrario la responsabilità diretta del governo, vero "prigioniero" di una logica repressiva che si esprime a lungo raggio nelle carceri. Non si trattarebbe, infatti, di un episodio isolato, ma l'assalto al carcere di Evin rientrerebbe in un piano coordinato dal regime oscurantista per eliminare i prigionieri politici. Al disegno criminale concorrerebbero gruppi di mercenari reclutati dai fronti di Libano e Siria, che si muoverebbero di concerto con gli agenti della repressione.


Gli obiettivi sarebbero, oltre alla prigione di Evin, i luoghi di detenzione di Shiraz (l'antica capitale della Persia, due milioni di abitanti, a sud di Teheran, in prossimità del Kuwait), di Sanandaj nel Kurdistan iraniano e di Tabriz (capitale dell'Azerbaigian orientale, un milione e mezzo di abitante, a nord-ovest da Teheran). Il timore diffuso, teso anche a orientare le cancellerie dell'Occidente, è quello di una carneficina su scala industriale per impedire che i detenuti politici si riuniscano agli insorti e riproducano nuovi focolai di protesta, forti anche della credibilità per la detenzione riscossa tra le popolazioni.

Le premesse per un massacro, ha dichiarato Virginia Pishbin, presidente dell'Associazione giovani iraniani residenti in Italia, vi sono tutte: una decina di giorni fa, infatti, i responsabili della prigione di Lakan a Rasht ( capoluogo della regione di Gilan e la più grande città iraniana vicina al mar Caspio) hanno dato fuoco alle celle, uccidendo dieci reclusi e ferendone altrettanti.


Da qui l'appello della signora Maryam Rajavi, presidente eletta della resistenza, che ha invitato tutte le organizzazioni per i diritti umani, le Nazioni Unite, l'Unione Europea e gli Stati membri ad agire con urgenza per prevenire il massacro dei prigionieri politici. Un appello che è anche un sottile rimprovero per i silenzi che caratterizzano le diplomazie occidentali, inerti davanti alla repressione nel sangue ordinata dagli ayatollah. in un Paese in cui non esiste una autentica opposizione politica. Da 43 anni, la resistenza iraniana ha preso posizione sia contro il regime, sia contro l'ala conservatrice e ala cosiddetta riformatrice, "un drago a tre teste che governa secondo il principio del velayate faqih, che significa sovranità del giurisperito della legge coranica, ossia governare secondo la sharia, secondo una interpretazione integralista fondamentalista e misogina del Corano".

Oggi la rivolta in Iran non è virtuale. Le strade e le piazze sono in lotta perenne da oltre un mese, dal giorno dell'assassinio della giovane Mahsa Amini, picchiata a morte dalla polizia morale per aver indossato in modo in non conforme il velo. La protesta con alla teste le donne, si è estesa in quarantacinque università, occupate dagli studenti e sui posti di lavoro, in particolare nelle raffinerie. Una lotta di popolo trasversale per il Consiglio Nazionale della resistenza iraniana, costata 400 morti, di cui oltre 200 sono stati identificati, 23 gli adolescenti tra gli 11 e i 17 anni massacrati dai reparti speciali, da pasdaran e bassiji (una forza paramilitare subordinata all'esercito dei Guardiani della rivoluzione islamica). Inoltre, le innumerevoli manifestazioni spontanee con i conseguenti interventi delle forze di sicurezza ha reso impossibile una stima attendibile dei feriti, mentre si è arrivati all'iperbolica cifra di 20 mila arresti.



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