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In piazza per la libertà in Iran

Aggiornamento: 7 dic 2022

di Yoosef Lesani*


Domani, 1° ottobre, in piazza Carignano a Torino dalle 16 alle 18, avrà luogo una manifestazione di sostegno alla resistenza iraniana e alla lotte delle donne che in Iran pagano un prezzo elevatissimo alla richiesta di libertà e al rispetto dei diritti civili. L'iniziativa è promossa dall'Associazione Iran Libero e Democratico di Torino.

Gli iraniani in piazza con le donne e i giovani alla testa dei cortei, si ribellano contro un regime oscurantista che opprime il Paese, una dittatura clericale che viola sistematicamente i diritti umani e che lo ha svuotato dei suoi principi morali con una corruzione senza più confini, che sopravvive ancora grazie a un gigantesco apparato di controllo composto da 32 organi repressivi che operano senza soluzione di continuità.


Oggi l'Occidente riscopre il coraggio degli iraniani e la determinazione delle donne iraniane che si tagliano i capelli e bruciano il velo. Proteste quotidiane innescate dalla morte di Mahsa Amini, la ragazza picchiata selvaggiamente dalla polizia morale lo scorso 13 settembre perché indossava in maniera "inadeguata" l'hijab, il velo, secondo i precetti della Shari'a fondamentalista. Un assassinio ritenuto "ordinario" dalle forze di repressione cui è stato fatto seguire con cinica naturalezza quello di Hadis Najafi, la ventenne che legandosi i capelli in un video ha lanciato una sfida mortale al regime, accusandolo della morte di Mahsa: sei colpi di pistola, al petto, al collo e al cuore, secondo la ricostruzione della famiglia, le hanno spezzato la vita. Dal 15 settembre, da quando è scoppiata la rivolta, il Potere ha ucciso oltre 240 persone, ferito centinaia di persone e arrestato più di 12 mila persone.

Le ambiguità del mondo libero

Ma l'opposizione politica agli ayatollah non dev'essere letta come episodica o identificata soltanto nelle reazioni della piazza. Essa non ha mai smesso di denunciare al mondo libero l'oppressione che schiaccia da oltre quarant'anni il Paese. All'opposto, il mondo libero ha preferito quasi sempre, salvo che per situazioni particolarmente cruente, girarsi dall'altra parte e privilegiare gli interessi economici e i rapporti commerciali con il regime totalitario. Un errore politico grave, intellettualmente fuorviante, perché il sostegno agli ayatollah ha contrinuito a mettere in ombra la storia millenaria di un Iran laico, che con la rivoluzione del 1906 aveva imboccato la strada del parlamentarismo costituzionale.


Di conseguenza, ha prevalso l'idea dello Stato islamico di Ruhollah Khomeini che, con la sua doppiezza, incarnando il doppio volto di leader democratico all'esterno e religioso intransigente nell'intimo, ha imposto agli iraniani diciassette giorni dopo la cacciata dello Scià, approfittando di un vuoto politico, cui non erano estranee anche le divisioni tra i partiti laici in esilio. Ma dal 1981, il Consiglio nazionale della resistenza iraniana ha promosso un'alternativa al fondamentalismo islamico con un'azione politica che il regime ha contrastato con esecuzioni capitali, arresti, processi, carcere, massacri di migliaia di persone.


Ora, da settimane, la protesta dilaga in 162 città iraniane in 31 delle 32 regioni dell'Iran. In prima fila ci sono donne e i giovani che scandiscano slogan inequivocabili contro il regime di Ali Khamenei e la repubblica islamica. Ma a differenza del passato, quella miscela di tensione sociale, rabbia, livore contro il ceto clericale non pervade più singole categorie, contadini, operai, insegnanti, studenti, ma è radicalizzata nell'intera società iraniana con una unità che non ha precedenti. Neppure simile alla rivolta del novembre 2019 che ha segnato comunque una pagina nuova della storia iraniana: in una settimana furono uccisi 1.500 manifestanti, scesi in strada contro l'aumento del carburante e per denunciare la corruzione endemica dei centri di potere. A spegnere quel focolaio di ribellione non fu però il regime, ma la pandemia.


Il regime marcio e corrotto ha paura

Legittimamente l'Occidente si pone la domanda su che cosa sia cambiato Iran per trascinare ogni giorno migliaia di persone a protestare, a rifiutare il potere religioso? La risposta è semplice: il popolo non ha più paura del regime, semmai è il regime che ha paura del popolo. Un rovesciamento di fronte che sta costringendo da una parte Ali Khamenei a prendere atto che il sistema repressivo non è più in grado controllare le masse con la violenza, dall'altra la gente comincia a rendersi conto che il cambiamento non è un'utopia, una speranza, un sogno, ma può diventare un fatto concreto.


E non sono soltanto le avanguardie intellettuali o politiche a credervi. È l'iraniano comune il primo a essere convinto che i due "pilastri" su cui si è retto il regime ha perduto energia. In ordine: 1) la discriminazione femminile sostenuta da un clero misogino che nega alle donne quei diritti acquisiti da secoli in altre società; 2) la devastante - già ricordata - violazione dei diritti umani cui si somma un'ingerenza nella vita privata inimmaginabile e indescrivibile a un cittadino occidentale. Per il blocco di potere, marcio e corrotto, che strangola l'Iran potrebbe essere l'inizio della fine.


* Esule iraniano in Italia




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