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Il tragico incendio della Vijećnica a Sarajevo

di Marco Travaglini

Trent'anni fa i nazionalisti serbi, guidati dal generale Ratko Mladic, aprirono il fuoco sulla Biblioteca Nazionale Universitaria della Bosnia-Erzegovina a Sarajevo, conosciuta da tutti come la Vijećnica. In tre giorni finirono in cenere un milione e mezzo di volumi tra i quali 155 mila libri rari e manoscritti, l’archivio nazionale, copie di giornali, periodici e titoli pubblicati in Bosnia, la collezione libraria dell’Università di Sarajevo. Tre mesi prima, nel primo periodo dell'assedio a Sarajevo, la stessa sorte era toccata all'Istituto Orientale con la distruzione di migliaia di manoscritti in arabo, persiano, ebreo e aljamiado (lingua bosniaca scritta in caratteri arabi); oltre settemila documenti ottomani di fondamentale importanza per ricostruire cinque secoli di storia bosniaca; una intera collezione di registri catastali del XIX secolo e oltre duecentomila documenti di epoca ottomana, incluse copie di microfilm. Un delitto, uno sfregio alla cultura e alle memorie di un popolo, uno schiaffo al mondo intero. Paolo Siccardi, fotoreporter torinese, ha scelto di documentare anche questo crimine tra le immagini esposte nella mostra fotografica intitolata “La lunga notte di Sarajevo”, organizzata dall'associazione La Porta di Vetro[1], aperta al pubblico fino al prossimo 19 marzo nel Mastio della Cittadella di Torino, tra corso Galileo Ferraris e via Cernaia. La mostra, che ha registrato una considerevole affluenza di pubblico, con le immagini di Siccardi, instancabile testimone con la sua macchina fotografica dello strazio inferto alla “Gerusalemme d’Europa” e ai Balcani, restituiscono trent’anni dopo ricordi tragici e emozioni che non possono lasciare indifferenti.

Lo scatto che ritrae l'interno distrutto dalle fiamme della biblioteca sarajevese è tra quelli particolarmente evocativi. La prima cosa che viene in mente è la canzone intitolata Cupe Vampe, contenuta nell’album Linea Gotica che il Consorzio Suonatori Indipendenti pubblicò nel 1996: “Di colpo si fa notte e s'incunea a crudo il freddo. La città trema, livida trema. Brucia la biblioteca, i libri scritti e ricopiati a mano che gli ebrei sefarditi portano a Sarajevo in fuga dalla Spagna. S'alzano i roghi al cielo, s'alzano i roghi in cupe vampe. Brucia la biblioteca degli Slavi del Sud, europei dei Balcani..”.

La Vijećnica è uno dei simboli tragici dell’assedio di Sarajevo, il più lungo della storia moderna. Prima del conflitto che insanguinò i Balcani occidentali rappresentava il solo archivio nazionale di tutte le pubblicazioni bosniache. La sua imponente maestosità in stile pseudo moresco, opera degli austroungarici che nel 1894 la eressero ai piedi delle colline dove nacque la città, la pone da allora in stridente contrasto con le case e le vie strette della Bascarsija, l’antico mercato ottomano. Le altissime finestre di vetro intarsiato si affacciavano sul fiume Miljačka e sul monte Trebević. All’interno tra panchine, sedie e scrivanie di legno massiccio “c’era un odore misto di polvere antica e di quel grasso che un tempo si usava per conservare il legno”.

I visitatori entravamo in silenzio, quasi con il fiato sospeso, cercando di smorzare il suono dei passi. Avvertivano l'importanza di quel grandioso palazzo dove si conservavano libri che a Sarajevo erano sempre stati considerati alla stregua degli oggetti sacri. Il 25 agosto 1992, scoccata la mezzanotte, dalle colline che circondano la città i serbi spararono le prime bombe incendiarie sulla Vijećnica. La biblioteca fu bersagliata dall’artiglieria degli assedianti per tre intere giornate. L’accuratezza dei lanci non lasciava dubbi sul fatto che il bersaglio fosse proprio l’ostentato e volgare desiderio di cancellare le memorie, i percorsi, le storie, le vite degli altri. Dopo tre giorni di incendi della biblioteca rimasero solo lo scheletro di mattoni anneriti e una montagna di cenere. Un disastro che rimase impresso nella memoria di Kemal Bakaršić, uno dei bibliotecari: ''Tutta la città fu coperta da brandelli di carta bruciata. Le pagine fragili volavano in aria, cadendo giù come neve nera. Afferrandola, per un attimo era possibile leggere un frammento di testo, che un istante dopo si trasformava davanti ai tuoi occhi in cenere''.

Perché bombardare una biblioteca? Perché lanciare proiettili e bombe, impiegando mezzi, uomini e tempo per distruggere qualcosa che non spara, che non offende? Una semplice domanda, quasi ingenua, che si fecero in molti mentre cercavano, armati di secchi di acqua sporca, di spegnere i roghi e smorzare le fiamme. La risposta, che valeva allora come vale oggi, la diede il mite bibliotecario Bakaršić: “perché lì dentro la loro guerra non esiste. Perché lì dentro gli scrittori serbi sono nello stesso scaffale di quelli bosniaci”. Una convivenza culturale inaccettabile per l’ottuso, ignorante e violento nazionalismo. Solo tre mesi prima i medesimi incendiari avevano distrutto alla stessa maniera l'Istituto Orientale a Sarajevo. Un odio aggressivo verso il sapere degli altri e di tutti che mandò in fumo la grande collezione di manoscritti e testi rari, spesso documenti unici in arabico, persiano o ebraico che testimoniavano mezzo millennio di storia della Bosnia e dell’Erzegovina.

In quel momento la perdita aprì gli occhi a molti esponenti della cultura e della scienza. Tra loro si fece strada la consapevolezza che stava accadendo qualcosa di terribile. Ma quando toccò alla Biblioteca Nazionale, il dolore venne avvertito da tutti i sarajevesi, compresi quelli che non avevano mai preso in prestito un suo libro. I cecchini e l’artiglieria serba non stettero a guardare e concentrarono il fuoco sui vigili del fuoco, sui bibliotecari e sui giovani volontari che formavano una catena umana nel tentativo di salvare i libri. Una ragazza che lavorava alla Vijećnica, Aida Buturović, perse la vita per salvare quei preziosi documenti.

Lo scrittore bosniaco Goran Simić, guardando dalla sua finestra la Biblioteca in fiamme, in preda alla disperazione, prese carta e penna e con rabbia lanciò il suo urlo di dolore in versi:' 'Liberati dalla canna fumaria, i personaggi girovagavano per la città, mescolandosi con i passanti e le anime dei soldati morti. Ho visto Werther seduto sul recinto del cimitero distrutto; Quasimodo dondolante sul minareto di una moschea; Raskolnikov e Mersault sussurravano, per giorni, nella mia cantina; Yossarian già commerciava con il nemico; il giovane Tom Sawyer era pronto a vendere, per pochi soldi, il ponte Principov''.



Note

[1] La mostra con la supervisione di Michele Ruggiero, a cura di Tiziana Bonomo, testi di Marco Travaglini, ha ricevuto il sostegno del Consiglio Regionale del Piemonte e del Comitato Diritti Civili e Umani, dell'Associazione nazionale Artiglieri d'Italia (ANARTI) e il contributo logistico e organizzativo con la sua rete di volontari del Museo Nazionale d'Artiglieria, direttore ten. col. Gerardo Demo e Primo Luogotenente Enrico Galletti.

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