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Il taccuino politico della settimana: ripresa eguale lavoro, il resto è chiacchiera

a cura di Claudio Artusi|

Il tema del lavoro è stato al centro di riflessioni, dibattiti, approfondimenti, manifestazioni, certamente per l’occasione del Primo Maggio, ma anche perché l’emergenza Covid-19 ha portato a perdere più di 800.000 posti di lavoro in un anno, e la futura fine del blocco dei licenziamenti si calcola comporti una perdita pressappoco di pari entità. I numeri parlano da soli, ma non dicono tutto e pertanto mi soffermo su altri aspetti che riguardano il tema. Un’indagine Demopolis, commissionata da RAI 1, su quale tipo di lavoro desiderano gli italiani ha dato un risultato sorprendente: più del 55% ambisce ad avere un impiego pubblico. È utile ricordare che analoga indagine fatta un anno fa registrava sullo stesso obbiettivo il 35%. Altra sorpresa è che nell’industrioso Nord la percentuale in un anno è raddoppiata. Quanto sopra non è certo frutto di un improvviso fascino esercitato dall’amministrazione pubblica, bensì dal forte desiderio di stabilità e di certezza e dall’ansia per il futuro. Da un lato dunque abbiamo questo sentiment, questa disposizione d’animo, del grosso del Paese e dall’altro abbiamo la forte richiesta di meritocrazia, di assunzione di responsabilità e rischio, di gusto della intrapresa e di innovazione. Mi soffermo ora su un altro registro: le parole d’ordine dello sviluppo sono digitalizzazione e innovazione. Bene: non possiamo ignorare che una parte cospicua dell’Italia per anagrafe e per inadeguatezza della scuola è costituito di “primitivi digitali”, quindi di persone semianalfabete nell’uso degli strumenti che sono indicati come essenziali per il mercato del lavoro e per l’accesso ai servizi privati e pubblici. Questi due esempi mostrano che l’elastico fra i fondamentali e il sentiment dello zoccolo duro della nostra comunità e i “driver”, il passaporto per il futuro è molto, molto teso. Affinché non si rompa occorre una mutazione genetica collettiva e non è certo sfida da poco. La storia recente ce ne mostra una: l’Italia del dopoguerra era composta al 50% di braccianti agricoli (un gradino al di sotto dei coltivatori diretti) ed in vent’anni questo mondo si è in gran parte riposizionato nell’industria e nei servizi. La storia non si ripete mai uguale, ma sta lì a dirci che l’impresa è possibile. Certo nella attuale contingenza è richiesto dell’altro. Non mi soffermo sui tecnicismi delle politiche attive del lavoro, non solo perché non sono competente, ma anche perché evocano tanti tentativi falliti! Abbiamo bisogno di una visione che creda nel futuro, che si impegni in progetti anche quando i frutti saranno colti da nuove generazioni. Dunque, un Paese generoso, entusiasta, orgoglioso di sé. La classe dirigente pubblica e privata ha la grande responsabilità di traghettare con autorevolezza e credibilità questo capitale umano anche grazie alla scialuppa dei progetti e delle riforme del Piano nazionale di ripresa e resilienza.

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