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Il taccuino politico della settimana: quanto vale ancora il Parlamento?

a cura di Claudio Artusi |

Mai come in questa settimana del dopo elezioni e dei provvedimenti governativi in fieri (fiscalità, pensioni, ordine pubblico) la società italiana è parsa una pentola in ebollizione in cui attese, bisogni, interessi, rivendicazioni, timori si incrociano contaminandosi e creando grumi di energia difficilmente prevedibili e decodificabili. Non dobbiamo ignorare che la segmentazione sociale che ha qualificato la società italiana dal dopoguerra agli anni ’90 si è disgregata. Non più classi, ideologie, ascensori sociali, identità territoriali. Per contro le rappresentanze e i corpi intermedi (partiti, sindacati, associazioni, chiese) hanno tenuto la solita morfologia, sclerotizzate nella ricerca di modelli organizzativi e comunicativi, quando al contrario la domanda di rappresentanza poneva e pone quesiti più profondi e più radicali. È come se si cercasse di calzare vecchi vestiti ad un corpo che si sviluppa, si deforma, si fluidifica. Di qui l’astensionismo (l’offerta che si propone non è consona alla domanda emergente), di qui le fluttuazioni di voto che trasformano i collegamenti fra i partiti in sliding doors. Ci spaventano l’insorgere di vecchi arnesi nostalgici, ci scandalizzano le forme tribali con cui si compete fra i partiti e dentro i partiti: ma né il timore, né lo sdegno sono dei buoni compagni di viaggio. Se si sale di uno scalino la scala della governance del sistema Italia, si trovano due figure, il presidente Mattarella e il presidente Draghi, che sembrano porsi sopra questa mischia. Va compreso il perché! Non ci si può accontentare di una valutazione di merito soggettiva, perché per quanto bravi e seri non può essere che nella classe politica non vi siano profili altrettanto meritevoli. Va detto che nessuno dei due sono stati legittimati da un battesimo elettorale, quindi non è il voto popolare lo strumento determinante a creare un rapporto di fiducia fra governanti e governati. Paradossalmente si può assumere che la loro legittimazione deriva dal grado di libertà che hanno nei riguardi del Parlamento e dei partiti, che sono visti e vissuti come corpi estranei, se non negativi, rispetto al bene comune. È da tempo (almeno dieci anni) che siamo dinanzi a forzature di prassi costituzionale, e quando queste sono ripetitive e orientate a svuotare il potere parlamentare, c’è da chiedersi se la forzatura riguarda la forma costituzionale (Repubblica parlamentare) e non solo la prassi. Il fatto nuovo è che il consenso popolare va nella stessa direzione: allora forse siamo ad una svolta! La volontà popolare è favorevole ad una guida autorevole, stabile, priva di condizionamenti: in modo malizioso si potrebbe aggiungere “autoritaria”. Allora si spiega anche l’astensionismo. I prossimi appuntamenti (in primis l’ elezione del prossimo Presidente della Repubblica) ci diranno quanto questa corrente forzerà ulteriormente il dettato costituzionale o quanto sarà mitigata dallo stesso ricacciandoci nella palude dei veti incrociati.

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