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Il taccuino politico della settimana: Merkel e Biden

di Claudio Artusi|

La cancelliera tedesca Angela Merkel decidendo la sospensione dei vaccini Astrazeneca, nel merito e nel metodo, ha generato una ferita plurima. Primo, per aver danneggiato il piano vaccini, con le conseguenze sulle vite umane; secondo, ha contribuito a dar fiato alle paure ed ai sospetti che aleggiano dappertutto sulla campagna vaccinale; infine, ha infranto la governance europea, proprio su una materia di grande peso e acuta sensibilità. La scienza ha poi dimostrato che il decisionismo tedesco non aveva fondamento e che ciò che poteva passare per prudenza, in realtà è stata improntitudine. Dall’altra parte dell’Oceano Atlantico, Joe Biden, presidente degli Stati Uniti, uomo temperato per natura, politico di lungo corso, comunicatore dai toni sempre moderati, ha definito, a freddo, il presidente della Russia Vladimir Putin un “criminale”. Ha così generato prima incredulita’, poi disorientamento anche dinanzi alla risposta sprezzante, ma pacata del numero uno del Cremlino. Alle dichiarazioni dei due, sono seguiti immediati interventi pro e contro che hanno provocato l’inizio di una polemica a distante tra le due grandi potenze mondiali. Ultima in ordine di tempo, la dichiarazione della portavoce della Camera Usa, la democratica Nancy Pelosi, che ieri sera da Fabio Fazio a Che tempo che fa, ha rincarato la dose: “Perché [Biden] ha detto che Putin è un killer? Perché lo è”. Arriviamo ora al punto: proprio per la caratura e la natura dei due protagonisti citati (Merkel e Biden) non è il caso di archiviare la lettura di questi episodi come atti umorali, dettati da improvvisazione. Può darsi che stia accadendo qualcosa, forse le prove generali di un nuovo equilibrio internazionale. Non oso né ipotizzare, né prevedere dove stiamo andando: non ne sono assolutamente capace. Certo non vi è un unico grande regista, né una concertazione strutturata, ma forse una élite di governo che sta prendendo atto che, ancor prima della Covid-19, vi è nel mondo una instabilità che va governata. Non si può far finta di niente dinanzi alla irruzione nella storia del nuovo “impero” cinese, né dell’allontanamento dello sviluppo dagli epicentri in cui si è manifestato nel secolo scorso, né dell’emergere di un miliardo di persone dalle condizioni di fame e di morte nelle quali sono state confinate per secoli (segnalo al riguardo doverosa attenzione a ciò che sta avvenendo nel continente africano). Il mondo è in marcia, con velocità e direzioni diverse, che troveranno nel dopo pandemia il vero terreno di incontro e speriamo non di scontro. La buona notizia per noi è che questa volta l’Italia c’è: si sta configurando una sorte di tridente Mattarella-Draghi-Letta che con ruoli e interessi diversi sta dando segni di una maturazione dell’Italia a stare col ruolo che le compete nel tavolo dei Grandi. Tutto questo ci riguarda molto, molto da vicino come popolazione. Salute, welfare, stili di vita, direttrici di sviluppo del nostro paese si giocheranno e si determineranno sempre più su uno scacchiere molto più ampio del cortile di casa nostra. Ne consegue che dovremo interiorizzare una vista “strabica”: pensare e guardare “globale”, agire “locale”.

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