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Il taccuino politico della settimana: luci e ombre del Decreto semplificazioni

a cura di Claudio Artusi |

Come ampiamente anticipato e sottolineato dal presidente Draghi il successo (o meno) del Recovery plan passa attraverso la realizzazione rapida di alcune riforme. È bene evidenziare che questo impegno non è tanto un atto dovuto alle richieste della Comunità Europea, quanto una conditio sine qua non per realizzare nei tempi e modi previsti quanto il piano ci impegna a fare. Il Decreto semplificazioni in gestazione in questi giorni è una componente fondamentale del pacchetto delle riforme. Il governo, meritoriamente, ha cominciato a metter mano sul processo più corposo e delicato della pubblica amministrazione: il codice degli appalti. Non perdiamo di vista l’obiettivo delle semplificazioni: rendere i processi e le procedure molto chiare (al fine di evitare contenziosi ed incertezze interpretative) e molto rapidi i tempi autorizzativi. Quanto sopra valorizzando la produttività e la qualità delle aziende e prevenendo infiltrazioni di criminalità organizzata. Questo è il faro con cui mettere mano al corpo delle norme attualmente in vigore. Così espressa la missione riformatrice appare relativamente semplice, ma sarebbe un grave errore sottovalutarne la complessità. Al riguardo cito tre temi che in questi giorni hanno sollevato preoccupazioni e polemiche e li rappresento volutamente in modo problematico, per ricordare che a situazioni complesse occorrono risposte organiche: 1) il subappalto; 2) l’appalto integrato; 3) l’aggiudicazione al massimo ribasso. Il subappalto è uno strumento di flessibilità che consente alla azienda capo commessa di concentrarsi nel realizzare l’opera nella sua compiutezza ottimizzando tempi, qualità e costi. Dunque si potrebbe dire: perché non autorizzarlo senza tetti o con limiti molto elevati? L’esperienza ha dimostrato che attraverso il subappalto spesso sono stati bypassati i principi di qualità, di sicurezza e di legalità, ottenendo pertanto esattamente l’obiettivo opposto a quello che ci si prefiggeva. Dunque non è tutto bianco o tutto nero. L’appalto integrato prevede che venga affidato allo stesso soggetto la progettazione e la realizzazione dell’opera. È un modello che è stato molto praticato in passato, ma che ha mostrato il limite di creare un conflitto di interessi fra il ruolo di ideazione e quello di attuazione, sottraendo in parte al committente la responsabilità di determinare la configurazione dell’opera desiderata. Dunque sarebbe logico ed appropriato che al committente restasse la fase progettuale ed all’impresa la realizzazione conseguente. Peccato però che la committenza, soprattutto quella pubblica, non ha grandi capacità progettuali, generando progetti qualitativamente scadenti, spesso fonte di contenziosi con l’impresa. L’aggiudicazione al massimo ribasso ha una alta componente di trasparenza: vince chi fa il prezzo minore! Peccato che la qualità e la sicurezza sul lavoro (in Italia è una delle maglie nere in fatto di infortuni mortali, come confermano recenti episodi) spesso ne soffrono e, gli esempi sono innumerevoli, le opere non raramente restano incompiute. Volutamente lascio aperti questi tre bivi per mostrare che non esistono soluzioni magiche e che a fronte di determinate regole occorre che il sistema della committenza pubblica si organizzi e si potenzi per governare le criticità e le fragilità che ciascun modello porta intrinsecamente con sé.

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