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Il taccuino politico della settimana: la nostra Costituzione non è tabù

a cura di Claudio Artusi|

La nota del lunedì della scorsa settimana aveva riguardato lo svuotamento di fatto della nostra forma costituzionale di Repubblica “parlamentare” e la possibilità/opportunità di adeguare la Carta alla nuova situazione anche per colmare l’ambiguità persistente fra “forma” e “sostanza”. Per pura coincidenza lo stesso giorno della pubblicazione della nota, l’on. Giorgetti (Lega) ha posto il tema immaginando un “semipresidenzialismo” in vista della elezione del Presidente della Repubblica, aprendo un dibattito a molte voci, in cui le varie forze politiche, pur con prudenza, hanno assunto posizioni differenziate, e molti costituzionalisti hanno messo in guardia che l’attuale costituzione consente qualche margine di flessibilità, ma con misura ed equilibrio, perché si rischia lo strappo. Né la nota citata, né la presente hanno l’obiettivo di entrare nel dibattito anche per un motivo metodologico: le possibili terapie possono essere proposte solo a valle di una approfondita e condivisa anamnesi e diagnosi. E sulla anamnesi torniamo. Rispetto al dopoguerra ed agli anni in cui è nata con incredibile lungimiranza la nostra Costituzione molte cose sono cambiate. Innanzitutto il rischio di avventure belliche che era molto vivo, oggi è molto attenuato, nella sostanza, ma soprattutto nella percezione della pubblica opinione. In secondo ordine circa metà della popolazione viveva di agricoltura e del suo indotto e la partita determinante si giocava su una riforma agraria che spostasse il potere dal grande latifondo alla piccola proprietà (riforma tutta nelle mani del Parlamento). L’altra grande sfida era l’istruzione di massa, la cui realizzazione ancora una volta vedeva come protagonista normatore e finanziatore il Parlamento. E poi la redistribuzione del reddito e la riforma fiscale in grado di sostenere lo stato sociale in fieri. Si potrebbe continuare a lungo con l’elenco delle grandi riforme che, pur nella loro diversità, avevano come fattore comune l’istituto parlamentare, come generatore e motore, e il governo come esecutore. Chi voleva schierarsi in un campo o nell’altro degli schemi delle riforme, che spesso determinavano il proprio destino, doveva usare il voto parlamentare. Nel nuovo secolo, progressivamente, “i luoghi decisionali” si sono allontanati dai territori e dalle popolazioni “locali” che ne subiscono le conseguenze e in diversi casi si sono posti “al di fuori” del controllo democratico. La finanza è l’esempio più lampante. Il web, la digitalizzazione, i social sono un’area off limit per i sistemi democratici, che determinano informazioni e forgiano opinioni. L’inquinamento e l’ambiente, con correlate politiche energetiche, che classificano i paesi del mondo fra “buoni” e “cattivi”, ma anche fra “furbi” e “ingenui”, fra “spregiudicati” e “pavidi”. Cito per ultimo le patologie infettive, con cui tanto drammaticamente facciamo i conti in questi due anni, che sia nella origine/diffusione sia nella terapia hanno scenari ampiamente sovranazionali. Le grandi intuizioni del passato, in particolare la comunità europea, sono state incredibilmente profetiche ma drammaticamente poco efficaci. In particolare proprio quegli stati nazionali che avrebbero dovuto devolvere una gran parte del proprio potere alle istituzioni comunitarie hanno mostrato grettezza e scarsa lungimiranza. Cito un momento paradigmatico del fallimento dell’Europa: l’abbandono della convenzione europea redatta nel 2003 e abbandonata nel 2007 a seguito della vittoria del “no” sui due referendum indetti in Francia e nei Paesi Bassi (li cito per non avere la memoria troppo corta!). Di fatto l’Europa è una istituzione potenzialmente adeguata a rispondere ai temi di governance che pone lo stato moderno, ma di fatto è senza una vera costituzione e come tale soggetta ai veti nazionali ed ai rigurgiti sovranisti. L’Italia ha in pieno vigore una costituzione cui siamo tutti affezionati e riconoscenti, ma come abbia visto, è una casa che si sta consumando. Se ne prendiamo atto tutti di questi due assi di criticità, è possibile che si affronti la costruzione di un edificio con fondamenta adeguate, anziché procedere a rattoppi. Se vogliamo sottrarre l’elezione del presidente della Repubblica ad una logica di piccolo cabotaggio, dobbiamo ancor prima della scelta del nome, definire un mandato che affronti questi snodi.

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