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Il taccuino politico della settimana: l’eredità afghana

a cura di Claudio Artusi |

Un mese fa era ben nota da tempo la ritirata della Nato dall’Afghanistan, ma certo pochissimi o forse nessuno immaginavano i tempi ed i modi con cui si stava per scoperchiare il vaso di Pandora in quel paese dell’Asia centrale. Abbiamo vissuto gli avvenimenti in un crescendo di orrore, stupore, incredulità, sdegno, disorientamento, disonore, ma anche ammirazione per tanti piccoli e grandi gesti di anonimo eroismo. Molti osservatori hanno provato a fare analisi e dare una spiegazione a ciò che sta accadendo, ma molte sono le domande senza risposta. Venti anni di impegni, di sacrifici di vite umane, di promesse, di investimenti sfumati in pochi giorni: l’Occidente è andato per “esportare la democrazia” e torna importando un nuovo grande focolaio di terrore. Non oso aggiungere la mia alle molte autorevoli visioni apparse in questi giorni (cito per tutte quella del quasi centenario ed intramontabile Henry Kissinger, Corriere della Sera 27 agosto). Probabilmente siamo all’inizio di una nuova stagione del sistema delle relazioni internazionali. Non a caso vi è chi ha paragonato l’impatto di questi eventi a quello della caduta del muro di Berlino e forse il paragone è fin riduttivo. Mi limito pertanto ad enunciare alcune evidenze che ci accompagneranno negli anni a venire: – le Istituzioni che hanno governato (o meglio presunto di governare) il mondo sono ampiamente superate; – non si possono fare politiche sovranazionali ignorando o contrapponendosi alla Russia e soprattutto alla Cina; – i sistemi di alleanze e di relazioni devono essere a geometria variabile, includendo di volta in volta, anche turandosi il naso, paesi “scomodi” quali Turchia, Pakistan, Iran, Arabia Saudita, con l’avvertenza di contemplare anche effetti che vanno al di là dell’olfatto…; – la politica internazionale deve basarsi, oltre che sui valori, sui diritti umani, sui rapporti economici, sui sistemi di difesa, anche, vorrei dire soprattutto, sulla CULTURA intesa come capacità di comprensione e rispetto delle miriadi di enclave antropologiche e religiose che vi sono nel mondo; – l’Italia con la sua storia e la sua cultura ha molto da dire e può assumere un ruolo da protagonista. In realtà questi statement avrei potuto scriverli ben prima della caduta di Kabul, ma ora si è accesa una miccia in un ambiente già carico di gas esplosivo, e ciò che era vero già prima, ora diventa urgente. Una domanda finale: da questa tempesta e in questo nuovo contesto l’Europa, questa Europa, avrà ancora ragione di esistere? Se sì, con quale missione, con quale assetto, con quale perimetro?

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