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Il taccuino politico della settimana: il pathos dell’addio a Raffaella Carrà

a cura di Claudio Artusi |

Questo argomento – la morte di Raffaella Carrà – può apparire fuori del contesto di questa rubrica settimanale, ma mi ha interrogato l’enfasi e lo spazio dedicato da ogni genere di media per questo evento luttuoso! Dinanzi alla morte dovremmo essere tutti uguali (ricordo A’ Livella del grande Totò), ma di certo nelle celebrazioni e nel dolore del distacco conta molto ciò che si è fatto, ciò che si è stato, ciò che si è lasciato. Ci si aspetterebbe un particolare pathos per i grandi benefattori, per gli eroi (civili e militari), per i grandi scienziati, e così via. Difficile immaginare in queste categorie una grande soubrette, un’artista dello spettacolo, di successo. Eppure, pur in piena pandemia, pur in ansia per le notizie di licenziamenti collettivi (attraverso via email, sic!), di chiusure d’aziende, di una disoccupazione oramai più che incipiente, il Paese (quasi tutto) è rimasto a fiato sospeso a commentare e celebrare la storia personale e professionale di Raffaella. Guardiamo a ciò senza il vittimismo di vivere una decadenza di costumi e di valori e proviamo ad andare più a fondo. Innanzi tutto le relazioni sono sempre meno fondate sulla vicinanza fisica parentale ed amicale e sempre più passano attraverso le reti lunghe dei media: è chiaro che la televisione prima ed i social poi entrano nella vita delle persone più dei vicini di casa o dei colleghi di lavoro. Può piacere o meno, ma è così! Vi è poi una domanda di “modelli” che vi è sempre stata, che prima trovava risposta nelle Case reali, nella Chiesa, nei letterati e musicisti, ora, dopo il vuoto lasciato da questi ambienti, si abbevera delle storie di Maria De Filippi. Mi sono chiesto quanto questo fenomeno fosse estraneo alla mia generazione nata nel secondo dopoguerra, ed in realtà ho ricordato due morti di personaggi di spettacolo (Mario Riva e Fred Buscaglione) che erano entrate nelle nostre case, per non parlare di Elvis Presley, James Dean, Jimi Hendrix. Allora forse il fenomeno non è nuovo in sé, ma acquista eccezionale risalto sia per la maggiore potenza dei mezzi di comunicazione (vi è una responsabilità non da poco degli stessi nella qualità dell’informazione), sia per l’afonia di personaggi divulgatori e testimoni di valori profondi e fondanti la vita delle comunità. Il secolo che abbiamo alle spalle ha visto il trionfo della tecnologia nella medicina, nelle comunicazioni, nelle telecomunicazioni, nell’informatica, ecc. Quello che abbiamo davanti potrebbe essere il secolo di un nuovo neoumanesimo globale o… per lo meno vi speriamo.

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