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Il taccuino politico della settimana: i dubbi tedeschi sul Recovery fund

a cura di Claudio Artusi|

Vi è una notizia, passata in sordina, sopraffatta dal rumore della pandemia, del Decreto ristori, del blocco del traffico nel canale di Suez. La Corte costituzionale tedesca ha dichiarato ammissibile il ricorso presentato da un gruppo di cittadini tedeschi su una presunta incostituzionalità dell’adesione del governo tedesco alla delibera europea del Recovery fund. A costo di essere pedanti, è bene soffermarsi su alcuni meccanismi procedurali. Il Recovery fund per essere operativo ha necessità della adesione unanime di tutti i governi dellìUnione Europea. Con un noto e faticoso iter, non senza dubbi, tutti i governi hanno espresso la volontà politica di aderirvi, a fronte della tragedia globale della pandemia. Ora occorre la esplicitazione formale di tale adesione. Ed è proprio in questa fase che è stato sollevato l’ incidente di presunta incostituzionalità di cui sopra. Dichiarare l’ammissibilità del ricorso, non equivale certo a preconizzare il suo accoglimento, ma… è un indizio che, come minimo, ritarderà l’adesione della Germania e quindi l’operatività del Recovery fund, su cui si basano tutte le speranze di una ripresa del nostro Paese e non solo. Dopo essersi soffermati sull’episodio, sul suo meccanismo e sulle ipotetiche conseguenze che potrebbe avere su tutti noi, credo valga la pena comprendere più a fondo l’impulso che lo ha messo in moto. Dietro il gruppo di cittadini che ha avanzato il ricorso vi è un diffuso sentire che non è solo tedesco e che non ha solo a che fare con il rivitalizzarsi di vecchi nazionalismi. È bene comprenderne le ragioni (senza necessariamente condividerle): l’Europa si indebita col mercato finanziario per una somma molto ingente e gli Stati che vi aderiscono si impegnano in modo solidale ad onorare il debito. Se dunque uno o più Stati fosse in futuro, parzialmente o totalmente, insolvente, gli altri sono impegnati e obbligati ad onorare anche la loro parte. Non è un fattore secondario. Infatti, è un meccanismo molto simile a quello ipotizzato per gli euro bond, che non a caso non hanno mai visto la luce. Perché? La ragione è semplice: i paesi più patrimonializzati, più ricchi, più parsimoniosi temono di dover pagare il conto anche per quelli più poveri o più sperperoni! Tutto questo può funzionare, potrà funzionare, se si accetta da parte dei singoli stati una cessione di sovranità sulle politiche di investimento, di fiscalità, di welfare, di spesa pubblica. Possiamo rinviare a tempi più sereni queste riflessioni, possiamo derubricare le sentenze della Corte costituzionale tedesca a atti interni alla Germania, ma prima o poi dovremo decidere se e come attraversare il guado fra la riva della autonomia dello stato sovrano, pagandone il prezzo finanziario ed economico e la riva dell’Europa compiuta (con una Costituzione) pagando il prezzo della riduzione di sovranità nazionale. Sono temi molto concreti, che ci toccano da vicino, non solo sulla fiscalità, ma più in generale sui servizi pubblici (salute ed istruzione in primis) di cui potremo usufruire gratuitamente o no. Il presidente Draghi è il più consapevole di tutti della portata di tale tema: non ho dubbi che in cima ai suoi pensieri di statista, superata l’emergenza, vi sarà quando e come “imbandire la tavola dell’Europa” e deciderne il futuro

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