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Il taccuino politico della settimana: Draghi, debito pubblico e ripresa economica

di Claudio Artusi |

Questa settimana il presidente Draghi ha assunto la prima vera decisione politica del suo mandato: avviare un programma, a tappe, di normalizzazione del paese. Rispetto agli analoghi provvedimenti assunti dal suo predecessore ha la caratteristica di essere irreversibile: il Paese non reggerebbe ad un nuovo stop and go, ma soprattutto non reggerebbe il bilancio dello Stato italiano per le ragioni che esporrò nella seconda parte di questa nota. Di qui l’incertezza ed il tormento che hanno preceduto la decisione. Già nella definizione “rischio calcolato” emerge che vi siano tuttora scenari di potenziale peggioramento della pandemia, non tanto nel breve, quanto nell’autunno, se qualche nuova variante del virus si affacciasse sulla scena, se l’efficacia dei vaccini si mostrasse meno solida (anche nel tempo) di quanto ci si aspetta, se i comportamenti della gente non continuassero a essere improntati alla prudenza. È comunque “calcolato” questo rischio, soprattutto perché la campagna di vaccinazione è decollata e la cosiddetta immunità di gregge dovrebbe essere raggiunta nell’estate. Ma dietro la decisione del Presidente del consiglio dobbiamo leggere dell’altro. Proprio in questi giorni è stata varata una nuova manovra di bilancio, che ha portato il debito dello Stato italiano a livelli superiori a quelli post bellici. In altri momenti saremmo in default (il che significa non poter più pagare le pensioni, gli stipendi dei dipendenti pubblici, ecc). Ricordiamo che nell’estate del 2012, in una situazione molto migliore della attuale, siamo andati vicinissimi al default, inducendo il presidente Napolitano all’operazione “governo Monti”. La ricetta di Draghi è molto semplice: un debito “buono” grande a piacere che finanzi lo sviluppo, cioè una forte crescita del PIL che rassicuri i mercati sulla solidità del sistema paese e sulla probabilità che si riesca ad onorare nel tempo i debiti. Il Paese deve dunque ripartire ed i ristori devono servire allo scopo. Devono ripartire le attività produttive, le esportazioni, i consumi. Se ciò non avvenisse sarebbe una tragedia e non basterebbe la credibilità di Draghi per evitare che i capitali fuggano dall’Italia verso paesi a più alta affidabilità. Come per la pandemia il termometro sono il numero di contagi, per la tenuta finanziaria il termometro è lo spread. Per il momento il valore è 100, quindi molto buono anche perché i capitali atterrano dove hanno migliori prospettive e in questo momento non vi sono “paradisi”. È però assolutamente indispensabile far decollare lo sviluppo, di qui la decisione di assumere un “rischio calcolato”: occorre riaprire il Paese e produrre, produrre, produrre, consumare, consumare, consumare. Ma con occhio attento – fondamentale per uno sviluppo equilibrato e per non ricadere negli errori del passato – all’ambiente e alla sostenibilità.

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