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Il taccuino politico della settimana: ballottaggi lontano da fughe populiste

a cura di Claudio Artusi |

Inizio a scrivere la nota di commento alle elezioni amministrative volutamente ad urne aperte perché credo che molte considerazioni si possano già fare, riservandomi, se ne valesse la pena, una postilla sui risultati. Innanzitutto la disaffezione dal voto prosegue. Un po’ perché si ritiene ininfluente chi andrà ad amministrare (“sono tutti uguali”), un po’ perchè non si sa scegliere nel rumore di fondo della campagna elettorale. Va detto per contro che ancora numerosa è la partecipazione dei candidati nelle molte liste presenti ed ai vari livelli istituzionali. Segnale confortante, perché essere candidati non è certo gratificante né per la reputazione, né tanto meno economicamente. Finché l’elettorato passivo è vivo, la democrazia non è in pericolo. Anzi occorrerebbe una politica motivazionale nei confronti di tutti i candidati, vincenti e perdenti, perché rappresentino un popolo di testimonial da emulare soprattutto dalle giovani generazioni. Di fianco alle liste che si riferiscono a partiti nazionali, sono apparse una miriade di liste cosiddette “civiche”. A parte qualche caso sporadico si tratta di contenitori, che contano di attrarre voti per il candidato sindaco cui sono collegati, voti che difficilmente giungerebbero attraverso i partiti sia di sinistra che di destra. È una occasione persa! Perché per sua natura la lista civica dovrebbe avere leadership e programmi in grado di dare risposte concrete e mirate ai problemi del territorio e della comunità che lo vive: sfido chiunque a ricordare le specificità che distinguono una lista civica dall’altra! Dicevo con qualche eccezione: Torino Domani capitanata dall’ing. Francesco Tresso, Lista civica Lorusso sindaco, Torino Bellissima (che è stata la lista lanciata da Damilano alle origini della sua corsa elettorale) hanno alle spalle per storia e per composizione alcune caratteristiche che ne fanno un soggetto politico. Torno a sottolineare quanto affermato nelle mie precedenti note: i programmi (tutti) sono espressi come elenchi di desideri, nel migliore dei casi di obbiettivi, ma trascurano i modi, i mezzi ed i tempi con cui questi elenchi si possono trasformare in risultati misurabili. Così pure, a conferma della vaghezza degli impegni che chi si candida a sindaco assume, non mi pare che nessuno abbia anticipato la squadra degli assessori ed il nome del city manager: è un brutto segno, perché induce a temere che, rinviando al dopo, si apra alla negoziazione una materia che dovrebbe essere riservata alla competenza ed alla responsabilità del mandato elettorale. Mi preme per ultimo sottolineare che Torino, rispetto alla situazione di altre città, è fortunata: i due più accreditati candidati sindaci, nettamente diversi fra loro, hanno le possibilità di far bene per competenza, serietà ed ambizione. Riprendo la nota alla luce, a Torino, delle sezioni scrutinate quasi alla metà del guado: è palese che ogni sforzo è vano nel trovare una ratio generale ai singoli risultati. Ha vinto l’astensionismo, le liste civiche non sono una alternativa valida alla disaffezione, i ballottaggi sono tutti da giocare. I vincitori al primo turno sono per nostra fortuna persone serie, equilibrate, competenti: chissà che nasca l’identikit del buon amministratore lontano da fughe populiste per le quali Torino, come anche Roma negli ultimi cinque anni hanno pagato un prezzo alto.

quasi

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