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Il sapere e la presunzione di sapere

di Germana Zollesi|

In tempo di pandemia, il contestare quello che dice l’Oms, l’EMA e le autorità sanitarie nazionali ed internazionali, sicuramente legittimo ed auspicabile in un paese democratico, rischia di degenerare in un’infinità di “io penso che…”, con cui tutti possono esprimersi, personaggi autorevoli e non, rischiando di non permettere più di generare una sintesi. E il presumere che l’attitudine a pensare possa sempre e comunque raggiungere una supremazia su chi è meno avvezzo a questa pratica o pretendere di disquisire su qualsiasi problema riportandolo nell’alveo dei meccanismi di dialogo che caratterizzano il proprio sapere rappresenta un vizio tanto inevitabile quanto pericoloso in cui tutte gli intellettuali ci cascano. Non a caso la superbia culturale è considerato un peccato… e neanche dei più lievi. Si diceva che la razionalità aristotelica sta bene anche quando si parla di pentole e sicuramente c’è del vero in questa affermazione, ma per preparare un piatto prelibato, un buon cuoco può riuscire nell’intento meglio di un simposio di sapienti. I cosiddetti “parrucconi” (epiteto ironico-umoristico per indicare per indicare atteggiamenti ostili a tutto ciò che non rientra nel proprio modo di pensare ed in contrasto al progresso) che da giovani avevano contribuito all’evoluzioni scientifica, oltre un certo limite tendono a considerare il sapere che loro stessi hanno contribuito ad elaborare, come assoluto, o peggio che solo loro possono modificare. Avversare quanto di buono può derivare dal pensiero altrui o dall’empirismo o anche solo dalle tradizioni, costituisce un atteggiamento molto snob, ma non necessariamente conforme alla verità. Va bene nel dibattito politico dove la polemica, anche aspra, aiuta, se non altro a coinvolgere un maggior numero di persone, ma incrinare quelli che sono i caposaldi della nostra democrazia, delegittimando (per il piacere di farlo) le istituzioni esistenti, rischia di non dare futuro alla società. Tra l’altro stabilire chi è legittimato a dire “che cosa è scientifico” e “che cosa è ciarlataneria” non è un fattore affatto secondario, anche in tempi ordinari. Si ritorna così al concetto di democrazia popolare che manifesta il suo volere, non tramite assemblearismi o moti di piazza, ma tramite un sistema coordinato di enti ed istituzioni che ne interpretino ordinatamente e coerentemente il volere (se questi invece si allontanano dalla loro mission, rischiano di porsi al di fuori dell’alveo della democrazia). In altri termini, una concezione intellettualistica della realtà o della storia rischia di generare indebite astrazioni nei confronti delle forze reali: ragionamenti capziosi, in apparenza logici, ma sostanzialmente fallaci ed inconcludenti. Sentir parlare molti intellettuali dei nostri giorni sembra far prevalere quest’ultima istanza: per affermare le loro idee (o forse solo il loro ego) portano a dubitare su tutto e tutti, facendo venire meno il ruolo di maestri. Nessuno dubita che la scienza abbia raggiunto il sapere perfetto e che molte delle conoscenze che oggi consideriamo certe, siano destinate ad essere sconfessate. Ma per sconfessare occorrono dimostrazioni e altre, e più consolidate, conoscenze. In questa logica, il mettere in discussione anche i più autorevoli enti e i personaggi scientifici incentiva la ricerca e l’applicazione di nuove conoscenze. Oggi però si ha l’impressione che risulti molto appagante mettere in discussione qualsiasi autorità, anzi più questi sono autorevoli più sembra dare prestigio nel criticarli. Tutto bene, se non fosse che siamo in fase pandemica e forse dovremmo fare tesoro delle conoscenze acquisite e aiutarle ad essere messe in pratica nel modo più generale e completo possibile. Il metterle in discussione, senza proporre una reale alternativa che metta l’umanità al riparo dalla catastrofe sanitaria (esattamente come da decenni prosegue la sventatezza dei governanti nella tutale dell’ambiente) è un atteggiamento fine a se stesso che non ci si può permettere.

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