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Il ricordo di una grande esperienza umana e politica con Silvio

di Emanuele Davide Ruffino|

Quando presentavo Silvio ad un amico, ciò che colpiva era la sua capacità di sintetizzare e spiegare i fenomeni che caratterizzavano la nostra società. È stato vicesegretario nazionale della Democrazia Cristiana con Sergio Mattarella ed apparteneva a quel gruppo di democristiani che volevano “picconare” il sistema per riformarlo dall’interno. Non gliene diedero il tempo: quel mondo fu spazzato via dalle inchieste giudiziarie (unico paese in Europa a veder spazzare via la rappresentanza del Partito Popolare che invece in altri paesi, come Germania e Spagna, continuano ad essere il fulcro degli asset politico-sociali). L’Italia che nel dopoguerra aveva creato il più grande ceto medio (borghesia), di colpo lasciò questa classe sociale praticamente senza rappresentanza. Tanti, allora giovani come me, interdetti dall’evolversi degli eventi, rinunciarono a fare politica e ora, con il senno del poi e, anche grazie alle lunghe conversazioni intrattenute con Silvio (anche lui ritiratosi a vita privata, ma senza mai rinunciare a ragionare sui problemi che affliggono la nostra società) non ha nostalgia di quelle scelte. All’epoca, sicuramente commettendo degli errori, si rappresentava un’idea, un modello su cui far crescere la società e non la si cambiava, se non a seguito di un lungo e meditato percorso culturale. La politica per Silvio era rappresentare gli interessi diffusi, buttandosi nella mischia senza paura (fu anche commissario della DC siciliana, riportando, sotto la sua guida uno splendido risultato), confrontando e bisticciando con tutti, ma sempre nel tentativo d’individuare soluzioni sostenibili con una vision sul futuro. È stata questa la forza di Silvio e che oggi pare quanto mai carente: avere una idea della società che s’intende realizzare, fondata sui principi della Dottrina Sociale della Chiesa che trovò nel Codice di Camaldoli la sua attuazione per l’Italia. E fondando le sue radici politiche in quelle tradizioni, cercò di darne attuazione pragmatica in tutte le sedi istituzionali in cui è stato eletto (dal Parlamento Europeo, a quello italiano, al consiglio comunale di Moncalieri). Negli ultimi tempi non avendo più incarichi, poté riflettere con la sua immancabile ironia, e con quella “intelligenza veloce” che gli ho sempre invidiato, sull’evoluzione degli avvenimenti e sulle ruggini che si andavano a formare nel dibattito politico, sempre più sterile e noioso (ed incapace non solo di risolvere i problemi, ma di predisporne un approccio razionale). Silvio sapeva staccarsi dal contingente e vedere le cose da un’ottica globale, in grado d’indirizzare le scelte verso il “bene comune” di tomistica memoria. Le nostre telefonate e i nostri incontri partivano sempre con un’interpretazione umoristica degli avvenimenti, convinti che con una battuta si potessero sintetizzare tanti discorsi (i lunghi discorsi lo hanno sempre annoiato: o si aveva qualche cosa di intelligente da dire o era meglio continuare a scambiarsi battute). Ricordo quando Flavia Piccoli ci chiese se avevamo già lavorato insieme, lui con una fulminea reazione, rispose “si, siamo entrambi recidivi”. Il modo migliore di ricordarlo è continuare a ragionare sulle ideologie e sugli avvenimenti cercando d’interpretare, prima degli altri, che cosa sta succedendo per aiutare la società a migliorarsi. Ambizione che, senza Silvio, sarà più difficile.

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