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Il rapporto con le Forze Armate non passa soltanto dal 4 Novembre

di Michele Ruggiero |

In quanti modi noi italiani abbiamo vissuto e viviamo il 4 novembre da quel lontano 1918? E quanto la ricorrenza di oggi ha inciso sulla nostra identità di nazione e sul senso di appartenenza ad un unico popolo? Domande ineludibili, perché sappiamo bene quanto dalla memoria storica un Paese tragga gli elementi di coesione morali, culturali e spirituali per trasferire i suoi valori di generazione in generazione e per riaffermare che lutti, dolori e sacrifici non sono stati spesi invano. Eppure, ad oltre un secolo di distanza da quel 4 novembre che ha segnato la fine della Grande guerra, guerra vittoriosa e sanguinosa combattuta in nome dell’unità di confine, la memoria militare della nazione continua a stagnare nell’ambivalenza con riflessi permanenti sul presente e sul rapporto che sentiamo di avere con i nostri soldati, marinai, aviatori, Forze armate moderne formate da professionisti, dopo l’abbandono (repentino) della leva obbligatoria nel 2005. All’ambivalenza contribuisce in misura divisiva la stessa rappresentazione che forniamo della I guerra mondiale e di un passato che ha reclamato ingenti costi umani nei tre anni e mezzo di guerra. I 650 mila morti e oltre un milione di feriti e invalidi sono insieme la prova dell’eroismo e dal sacrificio per l’amore di Patria, e la controprova dell’immane massacro, di vite umane spezzate per l’ambizione della Corona e l’ingordigia di generali alla ricerca di medaglie e prebende. La stessa storia degli anni Dieci del Novecento non si schioda da un prima e un dopo sempre uguali, in cui pacifismo e interventismo (o militarismo) si contrappongono in un continuo susseguirsi di manipolazione delle masse che da fine Ottocento hanno conquistato la scena politica. L’avvento del fascismo con la retorica della “vittoria mutilata”, la politica di aggressione del Regime che proietta nel mondo una nazione perennemente in armi con l’imperativo anacronistico di “8 milioni di baionette” e la catastrofe della Seconda guerra mondiale hanno contribuito nei decenni successivi (non senza ragioni fondate per l’esasperato atlantismo e l’infedeltà di frange delle forze armate coinvolte in tentativi di destabilizzazione dell’assetto democratico) a rifiutare il valore della divisa e a un severo controllo (non sempre accompagnato dai fatti) delle spese militari. Oggi la situazione internazionale che vede muoversi sullo scacchiere politico, economico e militare nuovi attori, la minaccia del terrorismo, il moltiplicarsi di focolai di crisi (centro Asia, Medio Oriente, paesi rivieraschi del Mediterraneo e dall’Africa Subsahariana) avanzano al nostro Paese la richiesta di maggiore sensibilizzazione e impegno sui temi della difesa e sullo studio della strategia militare in collaborazione con gli alleati e l’Unione Europea. Le Forze armate non sono un corpo separato dello Stato, ma sono parte integrante dello Stato democratico, cui spetta il compito di difenderlo. Guardare la realtà non è un atto virtuale o astratto e di conseguenza l’uscita dall’ambivalenza esige atti concreti dei cittadini verso le forze armate che rappresentano il Paese nel quotidiano e non soltanto nelle emergenze, nella vigilanza delle coste, nel controllo del territorio per la repressione della criminalità organizzata, nelle catastrofi alluvionali e telluriche. Come di fatto si richiede e avviene.

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