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Il problema NATO è una realtà, ma l'Italia continua a ignorarlo

di Michele Corrado  

 

Esercitazione Aurora 26 @Galleria fotografica NATO
Esercitazione Aurora 26 @Galleria fotografica NATO

Con i nuovi interventi americani in Medio Oriente e lo spostamento degli interessi nell’Indo Pacifico la priorità delle aree di interesse sta subendo una evidente evoluzione con la perdita del primato del continente europeo.

In parole semplici, la Nato, che era e rimane un'idea di sicurezza voluta nel 1949 dagli americani nei confronti dell’allora Unione Sovietica guidata da Stalin, sta perdendo di importanza. Una direzione di marcia che viene percepita come un disimpegno - almeno parziale - in favore di minacce considerate maggiori da Washington e dal Pentagono.

Ciò significa che i principali Paesi europei come Germania, Francia, Italia, devono entrare in una diversa dimensione della Difesa continentale, dove lo scudo fornito dagli americani con il supporto totale degli inglesi si sta rimodulando.

Questo nuovo scenario crea “turbamento” in Paesi ricchi, ma “indifesi”, come la Germania e l’Italia (la Francia ha una capacità nucleare che la mette su un altro piano), con effetti controversi come la riesumazione della leva obbligatoria per la Germania ed uno stato di confusione istituzionale in Italia guidato dal dettato costituzionale del ripudio dei conflitti.

Quindi, per quanto ci riguarda, fintanto che si poteva contare sulla "coperta" statunitense, la realtà era come doveva essere, mentre ora che viene richiesto un diverso ruolo, ancora sulla carta di tipo attivo, ci si scontra con difficoltà di tipo concettuale.

Pertanto la Nato viene vista non più come una perfetta ancora di salvezza, ma come un problema economico sociale, con una opinione pubblica che vuole continuare ad essere al sicuro a spese degli altri, senza comprendere che la sicurezza è funzione della minaccia e la minaccia è funzione della distanza.

Per gli Stati Uniti i Paesi Nato europei rappresentavano una prima risposta con funzione di “cuscinetto” nei confronti delle capacità offensive dell’allora Patto di Varsavia al fine di salvaguardare il territorio americano e lo specchio atlantico. Viste le “performance” espresse durante il conflitto ucraino, l’attuale Russia non rappresenta una minaccia reale per l’area vitale di interesse atlantico degli Stati Uniti e, quindi, viene naturale indirizzare parte delle risorse militari dedicate al continente europeo verso altri scenari divenuti prioritari.

Delineatosi questo stato di situazione i Paesi europei si ritrovano con un conflitto in corso, quello Ucraino, che sta consumando enormi risorse, non solo economiche, e con un futuro dove dovranno farsi carico di una sicurezza continentale senza la guida statunitense. Per Paesi come l’Italia questa prospettiva, in realtà già in essere, rappresenta un sorta di incubo dove:

1) non si hanno prospettive concrete di azione; 2) non si è compreso che il concetto di sicurezza e tutto il suo correlato è il pilastro prioritario di ogni Paese che vuole esprimere una qualche sovranità; 3) le risorse economiche, sempre insufficienti pur essendo questo, in assoluto, un Paese ricco; 4) la non comprensione delle priorità sociali di uno Stato europeo avanzato e peculiare come il nostro.

Ci si ritrova così in una prospettiva storica dove si vorrebbe recitare un ruolo di un qualche protagonismo internazionale impegnando solo azioni diplomatiche senza alcun retroterra credibile.

In un contesto storico sideralmente diverso, sia chiaro, è bene ricordare che nel passato, solo per sedersi al tavolo negoziale della Guerra di Crimea (1853-56), il Regno di Sardegna che mirava ad annettersi altre parti del Paese, in primis a spese dell'Impero Austro-Ungarico, come poi accadde, inviò un contingente di quindicimila uomini da mantenere a numero per tutta la durata del conflitto. Con le dovute proporzioni è come se l’Italia inviasse oggi un corpo di spedizione in Ucraina di centocinquantamila unità. Nell’ottica attuale, un'ipotesi che oltrepassa ovviamente la realtà, anche per le ovvie conseguenze militari sul piano di relazione con la Russia di Putin, e non solo.

Conclusione. Da noi, per fare diplomazia senza capacità concrete di intervento, è già presente lo Stato del Vaticano, il cui apparato dedicato alla politica estera è da secoli preparato in materia e non ha ostacoli legati al consenso e al suo mantenimento nel tempo. Forse sarebbe opportuno tenerlo a mente.

 

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