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Il mito di Massoud, gli errori della Cia e l’appello alla lotta nel Panjshir

di Maurizio Jacopo Lami|


“Come fate a non capire che se io lotto per fermare l’integralismo dei talebani, lotto anche per voi? E per l’avvenire di tutti?” Ahmad Shah Massoud

Il 9 settembre 2001, a due giorni dall’attentato alle Torri gemelle di New York e a una settimana dal suo 48° compleanno, Ahmad Shah Massoud, il celebre e carismatico comandante degli afghani, leader del Fronte islamico unito per la salvezza dell’Afghanistan, ricevette una strana visita. Non lo sapeva ma stava per morire. Massoud difendeva intrepidamente da vent’anni la valle del Panjshir, resistendo in modo incredibile a tutti gli assalti dei nemici: prima i sovietici e poi gli integralisti afghani. Soprannominato per il suo valore “il Leone del Panhsir, era riuscito nell’incredibile impresa di sconfiggere per sette volte consecutive l’Armata Rossa sovietica, soprattutto per due motivi: organizzava con estrema cura la strategia per ogni battaglia e sapeva reagire con sorprendente efficienza agli imprevisti. Era così abile a intervenire nei punti e nei momenti più difficili del conflitto che i suoi uomini diffusero la leggenda che fosse un essere magico, invincibile, invisibile… Di sicuro era un uomo colto che parlava correntemente cinque lingue, aveva studiato al liceo francese di Kabul e desiderava sinceramente un Afghanistan libero e tollerante. Un uomo così, coraggioso, di eccezionale personalità, e disposto a sacrificarsi per la sua causa, è stato tradito da noi occidentali ben due volte, nel 1999 e oggi, da morto, nel 2021. Parliamo del primo tradimento. Dopo la sconfitta dei comunisti afghani nel 1992, Massoud era entrato da vincitore a Kabul ed era meritatamente diventato ministro della difesa. Sembrava giunto il momento di creare uno stato pacifico e democratico. Ma il destino dell’Afghanistan è scritto nelle stelle e si chiama purtroppo “Guerra”. Gli studenti delle scuole coraniche, i talebani, cominciarono subito la guerra civile, spronati, armati, addestrati, equipaggiati da quel Pakistan che si definisce alleato dell’Occidente. La disastrosa corruzione dello stato afghano portò tanti ad illudersi che i talebani guidati dal mullah Mohammed Omar sarebbero stati la soluzione migliore. L’atto finale fu un Afghanistan ripiombato nel Medioevo. Era il 1996. Massoud ritornò nel suo Panjshir per ricominciare a combattere e resistere. I giornalisti occidentali andavano a visitarlo e tornavano pieni di meraviglia per questo combattente implacabile che riusciva a parlare di poesia, di arte e di cultura e rifiutava l’idea di un Afghanistan consegnato ai terroristi. Ma il tradimento dell’Occidente era lì, tristemente incombente come la maledizione di una saga nibelunga. Tutto prese le mosse negli Stati Uniti, in Virginia, a Langley, la sede centrale della CIA. Siamo nel 1999 e i servizi segreti americani sono un po’ preoccupati per le gesta di un miliardario a dir poco singolare che l’intelligence ha aiutato, supportato, tenuto in grande considerazione per vari anni perché combatteva contro i sovietici, ma da un po’ di tempo si balocca con la curiosa idea di sterminare gli infedeli, americani compresi. Si tratta di un arabo ascetico e bizzoso di nome Osama bin Laden. Si sposta per l’Afghanistan con un Land cruiser e sarebbe facile da uccidere alla sola condizione di individuarlo… Il presidente Clinton che comprende assai poco della complessità delle operazioni segrete chiede però di “eliminare in fretta bin Laden”. A Langley c’è una riunione d’emergenza fra George Tenet (ancora adesso ricordato come un capo della CIA troppo timoroso) e il responsabile della sezione antiterrorismo Cofer Black (al contrario persona estremamente decisa). Black promette di “fare l’inferno per uccidere Osama” e comincia subito a contattare i servizi dell’Uzbekistan e del Tagikistan per creare una specie di barriera di isolamento contro Al Qaeda. Poi si rivolge ai vecchi alleati dalle parti di Kabul. Il primo della lista si chiama Massoud. Gli americani trovano un uomo vigoroso, per nulla logorato dalla lunga lotta, che propone di attaccare i capisaldi di bin Laden, ed abbattere il regime dei talebani, con l’aiuto fondamentale delle armi americane. Impressionato favorevolmente, Cofer Black propone di passare all’azione e di aiutare Massoud. Sarebbe stato infinitamente più semplice e meno costoso del gigantesco intervento ventennale che si è concluso con la sconfitta dell’Occidente. Ma Tenet, calzante esempio di un Occidente che non capisce quando è il momento di osare, replica: “Far entrare ed uscire nostri agenti dall’Afghanistan è troppo pericoloso. Lasciamo perdere”. Da notare che erano gli stessi rischi quotidiani di decine e decine di giornalisti, medici e missionari. Vale davvero la pena di ricordare come reagì Massoud all’incredibile notizia: “Voi americani siete matti! Non cambierete mai” e scoppiò a ridere.Osama bin Laden poté così continuare ad agire indisturbato e due anni dopo… due finti giornalisti tunisini fecero visita a Massoud: era il 9 settembre 2001. Durante la falsa intervista uno dei due uomini fece esplodere una bomba nascosta nella cinepresa e fu la fine per il Leone. L’Occidente l’aveva lasciato solo. Ora, settembre 2021, a vent’anni anni esatti, la storia si ripete: il figlio e i seguaci del Leone stanno combattendo disperatamente contro i talebani. Sarebbe semplice organizzare un veloce ponte aereo per rifornirli di armi, ma qui si preferisce disquisire di “talebani moderati”, che è più o meno come parlare di cannibali gentili. Gli Stati Uniti hanno abbandonato una marea di magazzini pieni di armi e munizioni ai talebani senza sabotarli come insegna l’ABC della guerra, ma ai resistenti di Massoud, che chiama alla rivolta gli afghani, ne si nega anche la millesima parte. L’Occidente così perderà l’unico punto di appoggio rimasto in Afghanistan e diventerà davvero complicato bloccare i talebani, se dovessero rivelarsi oggi ciò che sono stati ieri. Il Leone del Panjshir è stato nuovamente tradito, ma questo stesso tradimento ne rivela la grandezza e la sua profezia: “Voi Occidentali non cambierete mai”.

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