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Il Green caos: terza dose, quarta ondata e tanti numeri

di Giuseppina Viberti e Germana Zollesi |


Ci sono nomi che assumono un effetto taumaturgico, ma che poi quando l’illusione finisce rischiano di diventare quasi un ostacolo alla risoluzione del problema. Green Economy, green tecnology, Green-technik, auto green, cibo green etc. Ormai tutto è green, dai discorsi dei politici, ai campi da golf compresi: ma allora viene da chiedersi che cosa non è più green? E tutto questo vociferare a cosa porterà?

Il nome fa riferimento al sistema di colori utilizzato per i semafori: il verde è il colore che lascia passare (dà il via libera). Probabilmente in questa accezione si è cominciato ad usare in Israele e, per evidente facilità comunicativa è stato adottato in mezzo mondo, seppur con applicazioni leggermente diverse. Alla ricerca della sua origine

Il green pass è nato per fornire uno strumento certificativo per permettere al maggior numero di persone di venire a contatto in condizioni di massima sicurezza. Perché ciò sia diventato oggetto di aspre dispute politico-sociali sarà oggetto di studio di più discipline. Quando si studiava la diffusione del virus dell’influenza che coinvolgeva milioni di persone, il problema era semplicemente quello di verificare le modalità di trasmissione ed individuare gli strumenti di contrasto. Lavarsi le mani, portare una fazzoletto al naso prima di starnutire, non recarsi in ospedale o in ambienti chiusi quando si era raffreddati, non costituivano prese di posizione politiche, ma solo norme di buona educazione e di prudenza. Dopo mesi di lockdown probabilmente si celava una volontà di esprimere indipendenza, adottando comportamenti estremi o più correttamente estremisti. E così per evitare gli assembramenti all’interno dei locali si generano assembramenti all’ingresso e sui mezzi pubblici e poi si investono ingenti risorse per definire gli studi epidemiologi trasmessi quotidianamente su tutti i rotocalchi in alternativa alle previsioni del tempo. Ridurre con costrizioni normative la presenza di più persone in un punto e ignorare che queste si concentrano in altre non serve a ridurre la diffusione del virus. Se vogliamo uscire da questo impasse forse occorre tornare al significato del Green pass e alla sua potenziale utilità con una presa di responsabilità della gente e non trasformare tutto in una serie infinita di lacci e lacciuoli per il divertimento dei burocrati. Come per tutte le malattie infettive, se si riducono le possibilità di contatto (uso delle mascherine compreso) e si aumenta il numero di vaccinati la situazione migliora, ma devono essere misure il più estese possibili. Estendere il lasciapassare anche ai bambini?

Anche per i legulei più intransigenti, risulta difficile prospettare un green pass per i bambini o sottoporre i medesimi a tamponi quasi quotidiani. Negli Stati Uniti il vaccino anti Covid è stato autorizzato per i bambini dai 5 agli 11 anni perché rappresentano una fonte di trasmissione dell’infezione pur avendo sintomi molto contenuti. Sarà interessante sapere quanti genitori autorizzeranno la vaccinazione vista la diffidenza di molti gruppi di cittadini verso l’unico sistema utile a prevenire la malattia. Occorre prendere coscienza che la terza dose è necessaria perché dopo 6 mesi la produzione degli anticorpi da parte del sistema immunitario inizia a decadere e quindi se vogliamo mantenere una protezione valida per noi stessi e per gli altri è indispensabile. Il dosaggio sierico degli anticorpi ha ancora troppe variabili che non sono state risolte. Manca, infatti, uno standard internazionale che l’OMS non ha ancora fornito ai produttori vista l’instabilità del virus e quindi ogni ditta produce sistemi diagnostici non confrontabili fra di loro. Peraltro la risposta immunitaria cellulo-mediata non è per ora possibile ricercare con sistemi di laboratorio accessibili perché troppo complessi e costosi ma solo per ricerca. E pertanto rappresenta un sistema non applicabile su larga scala per i costi e la variabilità del risultato ottenibile. Del resto non dimentichiamo che la vaccinazione antinfluenzale la dobbiamo fare ogni anno senza alcun test sierologico preventivo e di controllo. La diffidenza verso la scienza e la politica

Perché un elevato numero di cittadini dell’Europa del Nord e dell’Est non si voglia vaccinare mentre Italia, Spagna e Portogallo abbiano un tasso di vaccinati superiore all’85% ha sicuramente radici culturali e politiche. I Paesi dell’Est sono tradizionalmente diffidenti verso le decisioni politiche viste le esperienze passate e presenti di corruzione e inettitudine dei loro governanti e vedono nei vaccini un nuovo sistema di sopraffazione della loro volontà. Neppure i morti da Covid-19 vengono creduti tali, ma circolano voci che i dati sono falsati.È più difficile capire il tasso vaccinale contenuto di Paesi come la Germania e il Belgio dove il livello culturale e politico è elevato. E la preoccupazione che emerge anche oggi dalla stampa di quei paesi conferma l’attuale difficoltà. In ogni caso è sempre necessario ricordare che “nessuno si salva da solo” e che è necessario vaccinare i Paesi più poveri (Africa, Sud est asiatico, India, Sud America ecc.) perché è da queste zone che potrebbero arrivare nuove varianti virali che danneggerebbero tutti gli sforzi fatti in Europa. In attesa della definizione di ulteriori ricerche epidemiologiche risulta prudente mantenere tutte le precauzioni, dalle mascherine alla didattica a distanza, dall’obbligo di rispettare le norme igieniche (compreso il disinfettarsi le mani) alle possibilità di attivare, laddove possibile, un decentramento del lavoro e vaccinare più persone possibile anche pensando ad un obbligo vaccinale per i settori o aree a rischio.

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