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Il giudice Nordio e l’ossessione per il “compagno G” e i comunisti

di Michele Ruggiero |

Trent’anni dopo Tangentopoli e “Mani pulite”. Ne valeva la pena? Non vi sono dubbi: era necessario creare una cesura netta tra la degenerazione dei partiti e la società civile. Per cambiare si doveva cambiare davvero, e non in forma gattopardesca, anche al prezzo di un elettroshock giudiziario. Ma la terapia d’urto, resasi indispensabile dalle gravi condizioni del paziente (la politica) avrebbe dovuto poi cedere il passo ad un trattamento di sedute terapeutiche propedeutico al ragionamento per uscire rafforzati dalla velenosa e lunga stagione dei pregiudizi e degli aut aut ideologici. Quella stagione, però, non si deve essere del tutto esaurita. Il sospetto è ritornato ieri sera ascoltando l’ex magistrato Carlo Nordio, candidato al Colle da Fratelli d’Italia, in collegamento con il salotto di Bruno Vespa. Nella puntata rievocativa di Tangentopoli tra giornalisti e politici di lungo corso erano presenti anche l’ex magistrato del pool “Mani pulite” Gherardo Colombo e il “compagno G”, al secolo Primo Greganti, comunista, funzionario del Pci a Torino a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, imprenditore dal 1989, inquisito da Antonio Di Pietro, arrestato e trattenuto in carcere per 116 giorni. Da quell’arresto, nell’iconografia di “Mani pulite”, il compagno G è diventato l’emblema del coinvolgimento del Pci in Tangentopoli, anche se da quell’inchiesta non ha subito condanna alcuna per tangenti. Ma per Carlo Nordio, che dalla Procura di Venezia aveva avviato un’inchiesta sugli amministratori di area comunista, finita poi su un binario morto, Primo Greganti è rimasto l’anello di congiunzione ombra tra i partiti tra il mondo dell’impresa e il Pci, che all’epoca aveva cambiato nome in Pds. Almeno tale è la sensazione di chi ascoltava le sue parole. Del resto, il mantra su Tangentopoli da trent’anni è sempre lo stesso: i magistrati del Pool di Milano, Di Pietro, Colombo e Piercamillo Davigo, sostenuto dal capo della Procura Borrelli, hanno indagato in un’unica direzione, lasciando a lato, immobile sulla corsia di emergenza, il Pci-Pds. Inutile, anche ieri sera, la punteggiatura di Gherardo Colombo sugli avvisi di garanzia inviati al segretario cittadino del Pds e a un altro esponente della nomenclatura comunista di Milano. La convinzione di fondo di un trattamento diverso rimane nell’aria come quei cattivi odori generati da uno scarico malfunzionante. Lo si è dedotto anche dall’intervento del dottor Carlo Nordio focalizzato sulle responsabilità del gruppo dirigente del Pds (è stato citato D’Alema, numero due alle spalle di Achille Occhetto) su cui Nordio aveva puntato i fari, e su una misteriosa valigetta contenente un miliardo di lire che dal gruppo Ferruzzi, cioè da Raul Gardini, sarebbe approdata quasi alle soglie di Botteghe Oscure (famosa sede del Pci, poi del Pds), per poi svanire nel nulla. In sostanza, è parso di capire a chi guardava “Porta a Porta”, che la “sparizione” fosse da ricondurre direttamente o indirettamente proprio a Primo Greganti, che per la natura dei suoi rapporti professionali avrebbe agito da ponte tra il mondo imprenditoriale e il Pds, partito al quale era iscritto. Legittima la reazione risentita di Primo Greganti. A distanza di trent’anni da quei fatti, immaginiamo che il compagno G sarebbe felice di smettere quei panni che lo hanno catapultato in una dimensione più grande di lui, in cui la fantasia sovrasta la realtà. Il che, crediamo, gli avrà provocato più seri problemi che vantaggi, nonostante la grande “popolarità” raggiunta. L’essere immaginato da milioni di telespettatori come una figura da spy-story, in giro di notte per le strade di Roma, il bavero dell’impermeabile alzato e il Borsalino calcato alla Humphrey Bogart, serrando nella mano una valigia piena di soldi, non riflette le aspettative di chi ha dedicato alla politica una vita intera. Non a caso ieri sera, Primo Greganti si è ritrovato a recitare il ruolo del profeta nel deserto, invocando quasi un approccio epistemologico a Tangentopoli per offrire al Paese e alle nuove generazioni un’impronta di riflessione affrancata da risentimenti, rabbia, livore che ancora permangono, al di là degli anniversari. Del resto, una maggiore sete di chiarezza e di analisi non vede disinteressato lo stesso Greganti, troppo volte accostato gratuitamente a episodi che ritornano su Tangentopoli. È accaduto anche il 29 giugno del 2018, quando le agenzie diffusero il suicidio di Bruno Binasco, per decenni uomo di punta del Gruppo Gavio (autostrade). Nel titolo della triste notizia comparve la sottolineatura, diventata leggenda metropolitana, che fu “Binasco a fare il nome di Primo Greganti”. Nulla di più falso. Primo Greganti, infatti, arrestato il 1° marzo del 1993, fu trascinato nell’inchiesta Mani pulite dalle dichiarazioni di Lorenzo Panzavolta, presidente della Calcestruzzi (Gruppo Ferruzzi, forse il legame con la fantomatica valigetta), interrogato dalla Procura milanese. Ad Antonio Di Pietro, il presidente della Calcestruzzi sostanzialmente aveva anticipato i crocevia politici della maxi tangente Enimont – definita “la madre di tutte le tangenti” – pagata da Raul Gardini a Dc e Psi. Nell’interrogatorio Panzavolta, all’incirca nel febbraio del 1993, inserì nel ventaglio dei nomi anche quello di Greganti, indicandolo come l’esponente di riferimento del Pci, poi Pds, per il sistema tangentizio. Fu così che il nome di un anonimo (al grande pubblico) ex funzionario del Pci divenne assordante sui media e rapidamente declinato a “compagno G”, per il suo rapporto storico con il Pci-Pds, partito fino all’epoca investito da Tangentopoli in forma laterale, collegato a un ramo d’inchiesta sulle mazzette per la costruzione della metropolitana milanese. Le accuse di Panzavolta – è bene sottolinearlo – caddero nel vuoto. Infatti, nonostante la ferma opposizione della Procura di Milano contraria alla sua scarcerazione, il Tribunale della Libertà accolse la richiesta di Greganti, che fu liberato e successivamente prosciolto da tutte le accuse. Allora, che cosa c’entrava Binasco nella traiettoria giudiziaria di Greganti? Qualcosa di certo, ma che cosa? Binasco, in quegli anni ai vertici di Itinera, una società della costellazione imprenditoriale di Marcellino Gavio, si presentò spontaneamente nel mese di marzo in Procura a Milano. Era latore di un dossier preparato dal suo influente Gruppo e da più industriali, quasi tutti già messi nel mirino da Di Pietro, come confermarono le inchieste successive, e non soltanto a Milano. L’obiettivo era – e si realizzò nei fatti – allontanare ogni sospetto dal patron Gavio, sulla falsariga di ciò che a Torino accadde per il Gruppo Fiat, che ebbe un manager di seconda fascia inizialmente inquisito, prima di subire il coinvolgimento di Cesare Romiti, ma non quello degli azionisti di riferimento della società. Ma le dichiarazione su Greganti furono rese da questo manager, all’epoca considerato di area comunista o comunque indicato vicino a Botteghe Oscure, soltanto nel settembre del 1993. Dopo lunghe indagini la Procura di Milano convenne che non vi era stato alcun illecito, né emersero altri elementi corruttivi classificabili come tangenti addebitabili a Binasco e a Greganti. Rimase nel mirino del mastino Di Pietro l’inchiesta su una transazione immobiliare tra Binasco e gestita da Greganti per conto del Pci-Pds. Ruolo non inedito per Greganti che da amministratore del Pci si era occupato della vendita di quote di una società della Ddr (la Germania dell’Est, prima della caduta del Muro di Berlino). Il contratto di compravendita, invece, tra il Gruppo e il Pds fu poi annullato dalla parti e la caparra restituita con relativi interessi. Una cifra però giudicata dalla Procura di Milano inferiore a quella di mercato. Da ciò scaturì il patteggiamento di Greganti per finanziamento illecito ai partiti. Morale della storia, di cui il dottor Nordio è più che avvertito, perché non è un ingenuo: il Pci-Pds non fu esente da colpe e responsabilità. Né il suo ruolo può essere considerato marginale al sistema soltanto per essere stato dal 1947 al 1992 e oltre sempre all’opposizione. Né si può addebitare alla benevolenza o all’occhio distratto della magistratura il suo limitato coinvolgimento nella fitta trama della corruzione. Inseguire individuali episodi non aiuta a comprendere lo sviluppo di un cancro che ha soffocato e poi bloccato con le sue molteplici metastasi anche l’auspicato cambio di mentalità del Paese. La palingenesi su cui contavano i cittadini onesti si è infatti esaurita prima ancora di dare segnali concreti d’avvio del progetto riformatore di cui si aveva assoluto bisogno. E non per responsabilità dell’inchiesta “Mani pulite”, propiziata il 17 febbraio 1992 con l’arresto di un amministratore socialista che aveva intascato una tangente di 7 milioni di lire. I pubblici ministeri dei Tribunali sono magistrati e non educatori. Il compito spetta alla classe politica. Non è mai troppo tardi.

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