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Il giorno dopo, riflessioni sulla libertà conquistata e ritrovata

Aggiornamento: 26 apr 2023

di Maria Grazia Cavallo


Quanto più i fatti si allontaneranno nel tempo, tanto più sarà doveroso celebrare – per trasmetterli alle generazioni future – il ricordo e l’insegnamento della Resistenza antifascista contro una dittatura che dal 1922 aveva calpestato ogni libertà, aveva promulgato le ignobili leggi razziali, aveva trascinato un popolo immiserito nella devastazione dell’orrendo conflitto mondiale.

Altrettanto drammatica fu la guerra civile: carneficina fratricida combattuta casa per casa, spesso all’interno delle stesse famiglie; insanguinata dalle delazioni, dalle stragi, dalle ritorsioni nazifasciste. Fu guerra degli Italiani contro l’oppressore nemico, ma al contempo contro il loro stesso passato collettivo; provocò lo strappo delle coscienze di individui che rimettevano radicalmente in discussione le proprie precedenti convinzioni, disposti a pagarne il prezzo col sangue.


Un passaggio necessario per rifondare la Nazione

La Resistenza come “atto di nascita di una realtà politica” nuova, dopo che si era “reso necessario sciogliere con le armi i vincoli antichi, dichiararli non più esistenti” affinché l’Italia potesse riacquistare dignità internazionale ed “il posto… che le spettava” fra gli Stati liberi del mondo. Con queste parole, lo storico Adriano Prosperi ribadisce che il 25 aprile è “il vero compleanno del nostro Paese”, ed avverte che non riconoscere che l’Italia di oggi sia nata dal rifiuto dell’altra Italia, quella fascista, significherebbe essere “fuori dal patto costituzionale e dai valori che vi furono sanciti”.

A distanza di parecchi decenni, però, non sembra ancora raggiunta la pacificazione nazionale sul tema della Resistenza: l’argomento continua a scatenare tensioni e polemiche, soprattutto per l’inaccettabile tentativo di voler “consegnare alla Storia” il 25 aprile, un passato che è passato, rispetto al quale le esigenze dei nostri tempi impongono di andare oltre. Non stupisce la divisività del tema: favorita dalla nuova situazione politica, dalla progressiva scomparsa degli ultimi testimoni di quei fatti e dalla emarginazione dello studio della Storia (Prosperi ) nei percorsi di istruzione.

Talvolta - ma ci auguriamo di sbagliare per pregiudizio o per eccesso di diffidenza – abbiamo la sensazione che a questo voler procedere “oltre la Resistenza” si voglia approdare deliberatamente, seguendo un duplice percorso. Da un lato, contando sulla progressiva ”evaporazione” del ricordo, emarginandolo sempre di più, fino a relegarlo nella penombra della memoria collettiva, confinandolo negli studi specialistici degli storici. Anche cristallizzando la Resistenza, monumentalizzandola, così da riservarle quell’attenzione retorica e cerimoniosa che è propria delle ricorrenze celebrative, a fronte di sostanziale disimpegno nel pensiero. Come un passato che finalmente è passato (Gian Enrico Rusconi).

Assai più insidioso sembra essere l’altro percorso: quello finalizzato a desacralizzare, in qualche modo, la celebrazione della Resistenza attraverso il richiamo ad un concetto generico ed esteso di “libertà”. Più ampio, sì, ma ben diverso da quello specifico di “liberazione” dalla dittatura. Perché il 25 aprile celebra fondamentalmente “quella” specifica libertà che venne strappata - col sangue della guerra civile - da un Popolo in rivolta contro l’oppressione della dittatura e del nemico. Libertà, dunque, non come valore acquisito, ma come risultato di un’azione lucida, faticosa e drammatica di riconquista. Ci sono, nella parola stessa, la dinamicità, la fatica, la tensione, l’ansia e la gioia della ri - conquista di quanto era stato perso.


La drammaturgia nella parola liberazione

I fotogrammi degli scenari, dei gesti, le urla, i suoni delle voci che ognuno di noi risente a suo modo ,il sangue, la fame, le famiglie divise, gli uomini al muro, le fughe notturne, i gesti di solidarietà coi loro sorrisi, il sacrilegio dei tradimenti inattesi e gli sguardi di stupore, le torture, i lutti. Ci sono le valli partigiane e le loro croci, le staffette partigiane, i nascondigli di fortuna, i pericoli scampati e le trappole scattate. C’è, insomma, tutto un mondo di ricordi ricevuto dalle narrazioni dei nostri vecchi: ognuno ha i propri - diversi per ciascuno, eppure tutti simili - accomunati da un respiro che va oltre ogni differenza.

C’è, anche e soprattutto una grande forza impositiva – nella parola “liberazione”: il nostro dovere di trasmetterne la faticosa narrazione. Avendone la cura che si deve serbare per l’eredità più preziosa e tutta la responsabilità di trasformarla in attivismo costante, in guardia da non abbassare. Con l’impegno di passare il testimone ai nostri figli, esortandoli a proseguire a loro volta in tale azione. C’è tutto questo e molto di più nel dinamismo e nello spirito di questa parola. Invece è ben diverso parlare di libertà in generale - così come si propone di fare - ampliandone oltremodo il concetto e i confini, fino a comprendervi ogni tipo di libertà: quella di tutti e di ciascuno, in ogni tempo e dovunque e rispetto a qualunque situazione. In altri contesti e per altre situazioni , forse, questa sarebbe un’operazione innocua.

Ma, parlando del 25 aprile, tale estensione - così ampia, edulcorante, suadente, paraecumenica - rischia di (e forse mira a?) depotenziare il messaggio fortemente eversivo - nell’accezione più nobile del termine: rispetto al male assoluto del fascismo – della resistenza partigiana e della sua celebrazione. Del resto è così chiaro che la libertà di cui oggi noi godiamo non è la liberazione che si celebra il 25 aprile, ma ne costituisce l’effetto, il risultato della rivolta attiva di un popolo che voleva tornare ad esser libero, il prezzo pagato per ritrovare l’ossigeno e riscattare la dignità di una intera Nazione.

Un popolo “con il piede straniero sopra il cuore” (Salvatore Quasimodo ) che faceva i conti più estremi contro parte di se stesso. Rimproverandosi l’inerzia diffusa e l’indifferenza protratta, che avevano favorito l’ascesa della dittatura; o l’imperdonabile incapacità di sottrarsi alla narcosi pervasiva della propaganda retorica; o “il torbido consenso al fascismo” (Adriano Prosperi ); o il non aver saputo cogliere “in nuce” , il seme distruttivo delle future devastazioni, il non aver visto “L’uovo del serpente” (Ingmar Bergman, 1977) .

Ora tocca a noi e tocca ai nostri ragazzi tenere, custodire e trasmettere conoscenza e spirito di quella grande Storia, fatta da tutte le piccole storie familiari presenti nella nostre memorie e cucite insieme. I programmi scolastici – e di istruzione in generale - dovranno comprendere quelle pagine di Storia e tutte le successive, favorire in ogni modo possibile il continuo aggiornamento di ogni studente fino al completamento dei corsi universitari[1]. E’ proprio e sempre la cultura lo strumento che consente di analizzare con disincanto l’informazione contingente, di cogliere i sottotesti volutamente inespressi dei messaggi e la troppo sottovalutata potenzialità performativa delle parole: anche oltre l’apparente innocuità di quelle scelte per veicolare messaggi. Che può formare cittadini consapevoli di quanto sia vera l’allerta di G. Orwell :anche attraverso le parole “chi controlla il passato controlla il futuro, chi controlla il presente controlla il passato”.


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