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Il giorno di Aldo Moro e Peppino Impastato

di Michele Ruggiero

Foto di Rolando Fava

"Adempiamo alle ultime volontà del presidente, comunicando alla famiglia dove potrà trovare il corpo dell'onorevole Aldo Moro [...] Troveranno il il corpo dell'onorevole Aldo Moro in via Caetani, in via Caetani, che è la seconda traversa a destra di via delle Botteghe Oscure [...] Lì c'è una Renault 4 rossa, i primi numeri di targa sono L5".[1]

Con questa telefonata al professor Franco Tritto, intimo amico dello statista democristiano, poco dopo mezzogiorno del 9 maggio 1978, 45 anni fa, il brigatista Valerio Morucci chiudeva il drammatico capitolo del rapimento Moro e a un tempo apriva un nuovo capitolo dei numerosi (troppi) misteri che contrassegnano la storia italiana.

Aldo Moro era stato sequestrato dalle Brigate rosse il 16 marzo in via Fani, a Roma, in un agguato che aveva annientato "con geometrica potenza di fuoco" gli uomini della sua scorta, il maresciallo Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera, Francesco Zizzi e Raffaele Iozzino. Per cinquantaquattro giorni la frenesia dell'incapacità (eteroguidata anche da cenacoli occulti) delle forze investigative nel ricercare il covo della prigionia del presidente della Dc fece da sfondo alla confusione e all'incertezza delle forze politiche di percorrere una soluzione che salvasse la vita all'uomo che con grande intuizione e senso dello Stato aveva compreso i rischi imminenti di una futura degenerazione di un sistema politico italiano oramai ossificato, se non fosse stato coinvolto, superando la nota locuzione Conventio ad excludendum, anche il secondo partito di massa italiano, il partito comunista italiano, che alle elezioni del 20 giugno del 1976 aveva ricevuto il 34 per cento dei voti.

Moro aveva deciso di condividere il "compromesso storico" - con i tempi e la gradualità imposti dalla collocazione internazionale dell'Italia - tra i due principali partiti Dc e Pci. Una prospettiva elaborata nel 1973 dal segretario del Pci Enrico Berlinguer che indicava una via nuova alla società italiana, riaggiornando per alcuni versi, a distanza di quasi trent'anni, la famosa "svolta di Salerno" del 1944 dell'allora segretario del Partito comunista italiano Palmiro Togliatti, il "compagno Ercoli", di ritorno in Italia dall'Unione Sovietica.

Era una visione che riproponeva l'incontro di ideologie diverse, ma non necessariamente contrapposte - il cattolicesimo e la cristianità, e la via italiana al socialismo - che si fondava su un assunto fondamentale della politica: il primato dell'evoluzione trasformativa e del rifiuto della staticità dei partiti unito alla fiducia che dal confronto su valori comuni delle masse popolari, in nome della democrazia e della libertà, scaturisse la necessaria energia per favorire il cambiamento della società italiana. Da qui, la formula di un governo di "solidarietà nazionale".

E non solo. Rivisitata retrospettivamente, la visione berlingueriana anticipava forse nell'inconscio, sicuramente come precondizione astratta della politica, un disegno che nel concreto avrebbe segnato (tardivamente) tre lustri dopo, quando il Muro di Berlino era già caduto e l'Urss era nella sua parabola discendente: la trasformazione del Pci con il suo ingresso nella grande famiglia delle socialdemocrazie europee e, dunque, con la prospettiva di realizzare come in Germania l'alternanza tra un partito d'ispirazione cattolica e la socialdemocrazia, soggetti storici presenti nel Dna del nostro Paese, dalla formazione del Partito popolare di don Sturzo alla nascita del partito socialista di Filippo Turati a cavallo tra fine Ottocento e inizio Novecento.

In altri termini, il "compromesso storico" non inteso come soluzione finale, ma declinato come fase intermedia di un approdo politico estremamente complesso, finalizzato a ridisegnare nuove frontiere per la modernizzazione della società italiana (un salto in avanti dopo il boom economico, in una fase di ristrutturazione industriale, di sviluppo tecnologico e di incipienti modifiche epocali degli assetti finanziari internazionali del grande capitale) e a concorrere allo sviluppo della Comunità Europea che nel 1979 avrebbe votato il suo primo Parlamento a Bruxelles. In proposito, il contributo che avrebbe dato il presidente della Democrazia Cristiana alla capacità di orientare anche i partiti cattolici e popolari europei e contribuire a una politica condivisa è stato singolarmente sottovalutato. Un caso?

Di Aldo Moro, infatti, al di là delle numerose esegesi che dalla sua morte si sono accavallate sul rapporto con il Pci di Enrico Berlinguer, che non sono marginali o secondarie, ma che per evitare semplificazioni si devono collocare nel quadro delle alleanze con gli altri partiti che partecipavano alle compagini governative a guida democristiana, dal Psi a Psdi, Pri e Pli, rimane integra la convinzione di un'onestà di fondo per il bene comune e di una autonomia di pensiero per esigere, nel rispetto della collocazione internazionale, la massima libertà d'azione per il nostro Paese. Alla stessa stregua di Enrico Mattei, presidente dell'Eni, morto in un sospetto incidente aereo nel 1962 per perseguire l'autonomia energetica dell'Italia.

In Moro come in Mattei, due democristiani, la sfida non era fine a se stessa, ma punteggiava il rifiuto di una pregiudiziale subalternità verso chiunque, rifiuto sostenuto dalla convinzione che dialogo e confronto fossero le armi migliori per favorire soluzioni positive nell'interesse dei popoli. Una visione quantomai attuale - senza che si debba santificare Aldo Moro - all'epoca come oggi osteggiata da quei poteri internazionali ed eversivi già "globalizzati" e "in rete", prima ancora che si affermasse la globalizzazione economica e l'avvento del web, interessati a conservare il predominio sul mondo e irretiti dal "laboratorio Italia" e dall'avvicinamento politico e non soltanto più intellettuale tra la cultura cattolica e quella marxista. Ucciso Moro, la strategia insensata e miope delle Brigate rosse fu cavalcata con deliberato cinismo da chi a Est e a Ovest, con la connivenza degli apparati di sicurezza, aveva come unico obiettivo la disintegrazione del patto tra Dc e Pci, il ritorno a uno status quo con l'uso altrettanto cinico di usare di volta in volta, per poi liberarsene al momento più opportuno, soggetti eversivi e criminali per destabilizzare il Paese, e quei partiti politici determinati a tenere fuori il Pci dall'area governativa con ogni mezzo.

La morte nel giugno del 1984 di Enrico Berlinguer diede il colpo di grazia all'accelerazione ragionata con il senso della conseguenza, della lunga marcia dei comunisti italiani verso il distacco dall'Unione Sovietica per poi favorire brutali lotte intestine a Botteghe Oscure con l'affermarsi di un gruppo dirigente desideroso di tagliare le radici del Pci convinto che le ambizioni personali corrispondessero in toto ai bisogni delle masse per decenni rappresentate e a innescare un processo di modernizzazione della politica italiana.

Infine, "Mani pulite", passò come un diserbante sulla classe politica italiana al potere, cancellando con un giustizialismo prêt-à-porter quasi mezzo secolo di storia e favorendo la "costituzione" di partiti personali da cui le leggi ab personam e oggi quelle contra personam. Esempi di uno straordinario darwinismo al rovescio - ritornando all'evoluzione delle prime righe - per condannare il paese al suicidio.

Ultimo ma non meno importante: il 9 maggio 1978 su ordine del mafioso Tano Badalamenti, fu ucciso Peppino Impastato, un giornalista coraggioso dell'estrema sinistra, che nella sua Cinisi, un centro del Palermitano, denunciava quotidianamente la mafia e le sue aberrazioni, e le collusioni proprie dell'affarismo e del mercantilismo dell'amministrazione pubblica. La sua morte finì su un colonnino di qualche quotidiano. Gli inquirenti rubricarono il fatto come suicidio e si guardarono bene dal collegare la vicenda nel contrasto che Peppino Impastato conduceva dal microfoni della sua emittente privata a Badalamenti, un signore della droga, etichettato con il nomignolo ironico di "Tano Seduto".

Eppure, i segni di percosse e colpi letali stridevano con l'impresa di dilaniare il proprio corpo con il tritolo sui binari della ferrovia. Soltanto anni dopo, su insistenza di madre e fratello, mentre la mafia dei corleonesi conquistava Palermo, eliminando con ferocia gruppi rivali e uccidendo capaci servitori dello Stato e il prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa, la verità cominciò a farsi largo. Sere fa, la Rai ha mandato in onda il film "I cento passi" di Marco Tullio Giordana, biografia di Peppino Impastato che ricordava insieme alle sue difficili scelte personali (era figlio di un mafioso), gli ideali e la volontà di non arrendersi alle prepotenze, alle violenze e di continuare a lottare per un futuro migliore, senza la necessità di trattative con i criminali, in particolar modo quelle dello Stato.

Aldo Moro e Peppino Impastato meritano un posto di diritto anche nel Pantheon della nostra memoria emotiva per ammonirci che libertà e democrazia non si difendono una tantum, ma ogni giorno, anche a prezzo di sacrifici e di rinunce alle verità di comodo.







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