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Il dramma del Libano, meraviglioso paese dei cedri

di Germana Tappero Merlo |

Il Libano è una terra magnifica. Impossibile non amarlo se lo si è visitato anche solo per una breve vacanza. È veramente terra del latte e del miele, dei loro profumi che evocano la dolcezza dei suoi paesaggi, ed è al contempo forte come il cedro, che lo rappresenta nella sua bandiera come simbolo di resistenza e longevità. O almeno, vorrebbe tornare ad esserlo perché, da almeno una decina di anni, dallo scoppio e dall’evoluzione dolorosa della guerra civile siriana, il Libano soffre. Dapprima in silenzio, ora urlando nelle piazze e in manifestazioni popolari anche violente. Una sofferenza che lo vede trascinato in un baratro di disperazione e povertà, con una crisi economica e sociale devastante, ed un’inflazione a più cifre che ha cancellato il ceto medio e ne sta minando le fondamenta. Una devastazione maggiore di quella guerra civile che, da metà anni ’70 e per tutto il decennio seguente, sconquassò quella nazione, considerata al pari di una Svizzera mediorientale per opportunità imprenditoriali e finanziarie, e per un quieto vivere fra differenti confessioni religiose (18), grazie ad una Costituzione illuminata che aveva garantito una governance di grande equilibrio fra poteri e rappresentanze. Una Costituzione rivoluzionaria in quella parte di mondo, così diviso e in perenne contrasto; non per nulla presa sovente a modello e proposta per altre realtà instabili della regione, come l’Iraq, ad esempio. Una Costituzione che è quindi un’anomalia, come lo è da sempre il Libano, un’espressione geografica trasformata arbitrariamente in Stato dal colonialismo, o peggio, dalle ambizioni imperialiste francesi. Alla Francia si deve, infatti, quella Costituzione che lo ha sostenuto per circa un secolo, ma che ora non è più rappresentativa di un Libano dalla composizione demografica completamente rivoluzionata rispetto al 1926 quando venne promulgata. È una Costituzione, infatti, che ora nega al Libano una sua autentica ed esclusiva identità musulmana, perché presenza prevalente, non permettendogli più di trovare il giusto equilibrio fra le sue forze politiche strettamente famigliari e confessionali, non più al pari con i tempi di grandi mutamenti, sia demografici che di equilibri di potenze regionali. E come nazione non-Stato, senza una guida stabile e credibile, sta ora reagendo alle perturbazioni che, come un’onda lunga, lunga ben oltre il decennio e che vanno oltre i suoi confini, l’hanno coinvolta già da inizio millennio: dapprima con il pressante controllo siriano – terminato con turbolenze politiche, fra cui l’assassinio del presidente (sunnita) Rafiq al-Hariri nel 2005 – e ora con le tensioni settarie e sociali in aumento. Il Paese è gestito da un’amministrazione provvisoria da quasi un anno, la sua valuta è crollata, i posti di lavoro sono svaniti e le banche hanno congelato i conti interni, mentre i grandi speculatori libanesi hanno messo in salvo le loro grosse fortune in banche europee, per lo più svizzere. L’economia interna sta scendendo a spirale verso una voragine di cui non si vede la fine – tanto che la stessa Banca Mondiale l’ha definita la peggior crisi economica e finanziaria dal 1850 – da cui, fra gli altri, l’aumento esorbitante dei prezzi (inflazione al 326%) e la carenza di generi di prima necessità come latte, medicinali e la benzina, ben oltre le consuete lunghe ed estenuanti code per i rifornimenti. Manca il carburante anche per alimentare i gruppi elettrogeni per i forni dei villaggi, per cui scarseggiano pane e derivati, e il mercato nero e quello criminale trionfano. E si arriva al punto da regalare un gallone di benzina nel giorno del matrimonio, ossia quando è occasione tradizionale, anche per i ceti più modesti, di omaggiare gli sposi con doni preziosi: la consegna dell’inestimabile gallone di benzina diventa un evento talmente eccezionale da immortalarlo tanto quanto la funzione religiosa in un video da condividere sui social network. Si tende a ricondurre le cause di tutto ciò allo scoppio della bolla finanziaria speculativa del 2019; ma quella crisi ha radici più lontane, perché il Libano ha anche accolto, e sta mantenendo, i profughi del lungo conflitto siriano (oltre 860mila quelli registrati dall’UNHCR, un milione e mezzo quelli effettivi). Ha subito, come tutti gli altri paesi, la pandemia da Covid-19, e non ha ancora superato la devastazione di parte del porto di Beirut, avvenuta il 4 agosto di un anno fa, con oltre 250 morti. Ed ora, afflitto da una struttura di governo confessionale vacillante, il Libano è incapace di intraprendere riforme e sbloccare interventi finanziari dall’estero. La Francia, la vecchia potenza coloniale, ha promesso di intervenire e probabilmente lo farà, riunendo più soggetti in una conferenza internazionale ad inizio agosto. Ma lo aveva promesso anche nell’immediatezza dell’incidente al porto. Ma poco o nulla è cambiato. Il Libano è ancora altro: non ha partecipato direttamente al conflitto siriano ma, come in passato, è tuttora una fragile preda di opposte ambizioni, quell’essere testa di ponte delle tensioni in quella parte di Mediterraneo, fra la Siria (e l’Iran) da un lato e Israele dall’altro. Se la prima ha visto nel Paese dei cedri il suo retroterra strategico, la seconda lo considera il cuscinetto protettivo contro le rivalse arabe e musulmane. Inevitabile che il Libano venga coinvolto, quando fra Damasco e Tel Aviv scoppiano scintille per la presenza degli hezbollah (la più grave e prossima minaccia, sia a nord che ad est di Israele) e il supporto dell’Iran a favore del regime degli Assad, da cui quegli attacchi aerei, per lo più notturni in territorio siriano, che la Damasco denuncia e Tel Aviv non nega, ma tace. L’IDF (Israel Defence Forces) ha lanciato centinaia di attacchi aerei in Siria dall’inizio della guerra civile nel 2011 contro le mosse dell’Iran per stabilire una presenza militare permanente nel Paese e gli sforzi per trasportare armi ai combattenti nella regione, principalmente Hezbollah. E proprio dal sud del Libano, nelle ultime ore sono esplosi due razzi verso la Galilea, intercettati dall’onnipresente ed attivo Iron Dome ebraico. Un attacco giustificato come rappresaglia alla notizia diffusa dai media siriani, secondo cui l’aviazione ebraica sarebbe stata responsabile di un lancio di missili che hanno colpito obiettivi vicino ad Aleppo, e per la repressione attuata dalla polizia israeliana a Gerusalemme negli scontri con fedeli musulmani nella loro festa sacra di Eid al-Adha, la festa del sacrificio, che si celebra oggi, 20 luglio. Israele accusa genericamente il Libano di dare appoggio tattico a gruppi palestinesi e a terroristi. E Beirut tace. Ma ai funerali delle due vittime siriane dell’attacco dell’IDF, celebrati proprio oggi, sventolavano bandiera siriana e quella di Hezbollah. La Forza ad interim delle Nazioni Unite in Libano (UNIFIL) ha affermato di essere in contatto diretto con l’esercito libanese e Israele per “esortare la massima moderazione ed evitare un’ulteriore escalation”, aggiungendo di aver avviato un’indagine sull’incidente. Per tutta risposta, il ministro della difesa israeliano Gantz, ha affermato perentorio che “non permetteremo che la crisi sociale, economica e politica in Libano diventi una minaccia alla sicurezza per Israele. Chiedo alla comunità internazionale di agire per restituire stabilità al Libano”. E così “il cuore di Dio”, il significato del nome ‘Libano’ in siriaco, torna ad essere una preoccupazione strategica per la regione. Non tanto per la sofferenza della sua gente e la sua cattiva sorte, quanto per ciò che potrebbe comportare per ulteriori squilibri fra le potenze militari del Vicino Oriente.

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