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Il destino degli afghani è anche il nostro

di Michele Ruggiero |

Il destino dell’Afghanistan ora è nelle mani degli afghani. In sintesi, il pensiero del presidente degli Stati Uniti Joe Biden che ieri si è difeso, quasi piccato, dalla grandinata di critiche che gli è piovuta addosso per il ritiro (quasi in sordina) delle forze armate statunitensi e della Nato dalla base di Kandahar. La stampa americana non è andata per il sottile nell’esprimere la sua preoccupazione sugli avvenimenti e si è affidata ad una doppia lettura: avanzata dell’islamismo radicale in Afghanistan e vuoto politico e strategico che si è creato in quell’area sensibile del Centro Asia. Da una parte, si guarda all’incombente avanzata dei telebani che già ramificano il loro potere e controllo su un terzo del territorio, oggi sui villaggi, ma con il domani rivolto all’assalto delle città; dall’altra, si osserva che il ritiro da Kandahar ha messo in moto un flusso di attenzioni verso gli stessi talebani, ripetutamente sottolineato in questi giorni dalla stampa estera, degli stati confinanti e non. Sulla scacchiera delle relazioni ombra sono alla ricerca della posizione migliore e più influente Cina, India, Pakistan, Russia, Iran e Turchia, con motivazioni opposte e convergenti allo stesso tempo. Il gigante cinese è interessato a rafforzare “la via della seta” e a estendere il proprio potere commerciale, destinato a trasformarsi poi in condizionamento politico; India e Pakistan sono i due “gendarmi” geografici, polarità condannate a contenere le tensioni dell’area per non far esplodere il loro storico antagonismo; la Russia si ritrova a dover fare i conti con i riverberi ideologici e i possibili ritorni di azioni terroristiche dell’Is e dell’arcipelago dell’estremismo islamico sugli Stati, ex province dell’Unione Sovietica; l’Iran ha i binocoli puntati sulle frontiere, su cui potrebbero premere nuovamente ondate di profughi che secondo stime recenti ne ospita ufficialmente circa 800 mila, forse il doppio nella realtà; infine c’è la Turchia di Erdogan, appollaiata come un falco sull’eredità delle basi militari, pronta a gettarsi in picchiata come un predatore per poterle gestire (in nome e per conto di chi? o addirittura in proprio?) e per aumentare la sua influenza con la promessa dell’assistenza militare sul legittimo governo afghano, ultimo, ma non meno importante condizionare l’Occidente (e l’Unione Europea) in un futuro prossimo, secondo un copione che finora ha riservato al “sultano” di Ankara una cospicua capitalizzazione di rendita in patria e all’estero. Dunque, visto nel suo insieme, il quadro politico e militare è meno conciliante dell’auspicio quasi romantico e hollywoodiano del presidente Biden sui destini delle donne e bambini, soprattutto, e degli uomini afghani. La Casa Bianca offre un tratto volutamente ingenuo nel rappresentare la situazione che si avvita come sempre sulla redistribuzione iniqua della ricchezza, sulla vendita delle armi, sul commercio dell’oppio, sullo sfruttamento dei profughi, sull’uso dell’inganno asimmetrico come strumento di consenso manipolato, specchio della stessa guerra asimmetrica. Ma a stupire oggi, paradosso della conseguenza, non è soltanto la riserva di alcuni analisti e commentatori occidentali sull’uscita di scena degli Usa dall’Afghanistan, ma il timore che emerge proprio in Occidente tra la gente comune, altrettanto stupita, se non irritata dalla presunzione di superiorità e dall’ipocrisia espresse da Nato e americani, dopo anni di sacrifici e migliaia di caduti e feriti per contrastare un ritorno al medioevo che non promette nulla di nuovo, se non fanatismo coniugato alla violenza dentro e fuori i confini afghani.

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