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I Maggio nel segno della dignità del Lavoro

di Michele Ruggiero|


Ai nostri lettori, agli amici e autori per costruire insieme un’Italia diversa

Il presidente del Consiglio Mario Draghi nel pronunciarsi a garante del Piano di Resilienza ha ridato centralità, come non accadeva da tempo, al mondo del lavoro, ai lavoratori e alle imprese, che oggi celebrano la loro festa, il I Maggio. E per effetto transitivo, ha riportato in primo piano la parte migliore del Paese. Non intesa come “eletta”, ma disponibile alla sua Ricostruzione, a far ritrovare al Paese, prima ancora che un posto di rilievo nel mondo, un posto nella fiducia dei suoi cittadini. Nel famoso concetto gramsciano “distruzione-ricostruzione”, dopo aver creato abbondante spazio negli ultimi vent’anni con politiche non sempre coerenti agli interessi collettivi, è il momento di dare pieno mandato al secondo monomio. E la Ricostruzione deve passare dal punto più alto della nostra Costituzione, dall’articolo 1 che recita: “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”. È il nostro scudo di cittadini che poggia su democrazia e lavoro: un binomio fondamentale attraverso il quale non si garantisce soltanto la creazione di ricchezza, ma si creano i presupposti per una sua redistribuzione equa e, ciò che più conta, si tutela la dignità di donne e uomini di questa Repubblica sui luoghi di lavoro. Una dignità che lo Stato ha precisato nel 1970 con lo Statuto dei Lavoratori, la legge 300, fortemente voluto dal senatore socialista Giacomo Brodolini e dall’allora ministro del Lavoro democristiano Carlo Donat-Cattin. Fu un intervento diretto della politica, di cui si ha oggi urgenza estrema e irrinunciabile dinanzi alla distruzione operata dalla pandemia. E soprattutto, necessaria a dare risposta alla domanda di dignità che sale da chi è meno tutelato. E sono troppi, tanti. Verso di essi la politica ha il dovere di percorrere strade e non accidentate scorciatoie dialettiche se non si vuole minare la coesione sociale, aumentare il conflitto, estremizzare le contrapposizione di interessi corporativi. La garanzia di Draghi è importante, ma rimane quella di un solo uomo. Il Paese deve ritrovare insieme una politica di prospettiva corale di cui il lavoro è perno vitale e visibile per dare sostanza piena e concreta alla meritocrazia, per battere le ingiustizie che hanno un nome e un cognome: clientelismo, favoritismo, “ismo” tossici diventati regola e non più eccezione, fino a trasformarsi in manifesti ideologici della mediocrità per arrivare, con l’ennesima scorciatoia, al Potere. Occorre agire di conseguenza. Occorre creare lavoro. E di conseguenza la politica deve riportare al centro la dignità del lavoro d’intesa con gli imprenditori – ossia con la parte sana del padronato, come si sarebbe detto negli anni Settanta – disponibile a sottoscrivere un Patto di resilienza all’interno del Piano di resilienza. Un patto che deve avere nelle sue linee guida un percorso di dignità del lavoratore che parta dalle modalità di assunzione, di retribuzione, di orari di lavoro, di organizzazione del lavoro e arrivi a una concezione di rifiuto assoluto delle scorciatoie su cui si fonda lo sfruttamento intensivo della forza lavoro, dalla compressione dei salari alla eliminazione delle tutele e dei diritti, e da cui si nutre come un vampiro la madre di tutte le ingiustizie: il lavoro nero. Il I Maggio è anche la festa della memoria per ricordare chi in nome della dignità del lavoro ha sacrificato la propria vita. Il I Maggio del 1947, a Portella della Ginestra, nella Piana degli Albanesi in provincia di Palermo, la mafia del bandito Salvatore Giuliano mitragliò i contadini che celebravano pacificamente la loro festa. Fu un massacro premeditato per contrastare le legittime richieste dei lavoratori della terra di ripartizione dei fondi in mano ai latifondisti. Le armi di quella banda criminale prezzolata uccise 11 persone, tra esse una bambina di appena 8 anni; il più vecchio aveva 42 anni. Altre 27 persone rimasero ferite, alcune delle quali cessarono di vivere nei giorni successivi. Le ragioni della dignità del lavoro sono scritte anche con il sangue della Storia democratica.

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