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Hans Kung, in morte di teologo attraversato dal dubbio e sempre in ricerca

di Luca Rolandi |

Hans Kung è morto all’età di 93 anni, propria della stessa malattia che colpì Karol Wojtyla, il Papa polacco e oggi San Giovanni Paolo II, che il teologo svizzero avverso moltissimo nel corso della sua vita e dal quale subì molti richiami e condanne. Un itinerario di studioso a tutto tondo, coraggioso, quello di Kung, spesso criticato perché giudicato dalla dottrina ufficiale, fuori dal seminato. Come hanno scritto in alcuni commenti sui social lettori e appassionati del suo pensiero, Kung faceva parte di quei teologi, quelli veri, che sono sempre uomini e donne liberi e spingono il pensiero ben oltre i dogmi. Li discutono Li temprano e molte volte rischiano qualcosa. Senza di loro, il Cristianesimo sarebbe solo una pratica devota, un insieme di precetti, un prontuario di obbedienze, una propaganda di ipotesi magiche. Kung è stato il più letto, o forse i suoi libri i più acquistati ma mai completamente letti del XX secolo.

Il pensatore svizzero è stato la spina nel fianco dei pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Fu punito dalla Santa Sede, ma non ha mai abbandonato la Chiesa cattolica. E anche con Joseph Ratzinger si è riconciliato. Tubinga è stata la sua casa, la sua Università, il suo mondo. Al solo nome Tubinga i muri del Vaticano tremavano. Perché Kung era capace di andare oltre i confini più lontani del cristianesimo, in dialogo con il mondo, le altre religioni, il pensiero laico, ateo e agnostico. Polemista di razza, in vita non ha lesinato dubbi sul dogma dell’Immacolata concezione e ha contestato con asprezza l’infallibilità pontificia. Celebri i suoi bestseller Essere cristiani (1976) e Dio esiste? (1978). Testi che hanno fatto conoscere al grande pubblico un intellettuale dal respiro ecumenico e aperto al dialogo con le religioni non cristiane, debitore sin da giovane della lezione del teologo protestante Karl Barth sulla salvezza per fede dell’uomo.

Il suo saggio sulla vita eterna con l’interrogativo in fondo al titolo resta il più appassionato e introspettivo itinerario di un credente in ricerca, che viveva nel dubbio e di quel già e non ancora che è caratteristico del viandante. Con una nomina nel 1960 professore ordinario alla Facoltà di teologia cattolica di Tubinga, e l’ordinazione sacerdotale in San Pietro nel ’54, il perfezionamento degli studi a Parigi con un dottorato su Barth, diventa un riferimento della teologia cattolica. Ma le sue posizioni diventano troppo progressiste. Diventa il campione del dissenso cattolico e nel 1979 gli venne revocata la missio canonica. L’ex Sant’Uffizio aveva già iniziato a “interessarsi” alla sua produzione nel ’57, quando il teologo scrisse il suo primo tomo,La giustificazione, un contributo a quel dialogo ecumenico che lo ha visto in prima fila lungo tutta l’esistenza. E così è stato anche nel campo del confronto fra le diverse religioni. Tanti i riconoscimenti nel mondo le lauree honoris causa in Atenei prestigiosi pubblici. La mia lotta per la libertà, l’autobiografia del 2008, è il testamento teologico che sintetizza il suo cammino spirituale e teologico, dalla strenua difesa della libertà nella ricerca teologica e l’attacco contro i persecutori moderni per la repressione di tutte le voci critiche all’interno della Chiesa cattolica (Boff, Schillebeeckx, Dupuis) al dialogo con Papa Francesco e, ultimo ma non meno importante, la ricerca per raggiungere l’obiettivo di un’etica universale, ovvero la ricerca di un denominatore comune su alcuni principi che appartengono a tutte le religioni e anche ad ogni tradizione filosofica, ma senza annullarne le differenze.

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