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Gli europei si aspettano dall’Europa uno scatto d’orgoglio

di Mercedes Bresso|

Il Commissario europeo per l’economia Paolo Gentiloni, parlando al meeting di Rimini, ha detto che l’Unione Europea deve scrollarsi di dosso l’alibi dell’unanimità. Non è un tema inedito. Anzi. Il tema è ricorrente, fondamentale, al centro anche del dibattito in corso nella Conferenza sul futuro dell’Europa. Pochi tuttavia capiscono di che cosa si discute, vale quindi la pena di provare a spiegare perché si tratti di una questione essenziale per rendere l’Unione capace di prendere decisioni in tempi rapidi su temi complessi e divisivi. A seconda delle materie l’Ue decide a maggioranza, quando il potere legislativo è condiviso da Parlamento e Consiglio (formato dai ministri dei diversi paesi o dai loro rappresentanti permanenti) o all’unanimità, quando la competenza è riservata al Consiglio, cioè ai rappresentanti degli Stati Membri. In realtà, tuttavia, anche quando il voto sia giuridicamente a maggioranza qualificata, vige una sorta di convenzione fra i diplomatici per decidere sempre all’unanimità, spesso a prezzo di lunghissimi e defatiganti negoziati. Tutto ciò rende pesante il processo decisionale europeo e spiega la ragione dei tempi lunghissimi per arrivare a degli accordi. Più volte il Parlamento, ma anche il precedente presidente della Commissione Junker e l’attuale Ursula Von der Leyen, hanno chiesto al Consiglio di votare la cosiddetta clausola passerella, contenuta nel trattato di Lisbona, che gli consente di decidere, all’unanimità, che d’ora in poi dovrà deliberare a maggioranza per tutti temi per i quali il trattato stesso lo consente. Forse questa è la ragione per cui Gentiloni parla di “alibi” dell’unanimità, intendendo il fatto che troppe volte Stati che si dichiarano a parole favorevoli a una certa decisione, di fatto si nascondono dietro quelli che si oppongono. Perché il fatto di ricercare sempre l’unanimità permette di decidere poco e quindi di non conferire all’Unione quei poteri sovrani che gli Stati non sono nei fatti più in grado di far valere sulla scena internazionale, ma che si illudono ancora di possedere. Questione profughi afghani docet! E perché, in realtà, quando un gruppo di Stati vuole davvero fare qualcosa, è in grado di riuscirci usando lo strumento delle cooperazioni strutturate o rafforzate, che permette loro di partire con la cooperazione anche in numero ridotto, purché lascino la porta aperta a coloro che volessero aderire più tardi. In alternativa possono usare lo strumento di un trattato ad hoc al di fuori dall’Ue, che in futuro sarà ricondotto all’interno della normativa europea. Come si è fatto per l’Euro o Schengen, che sono tra i maggiori successi dell’Unione, a dimostrazione del fatto che, quando gli Stati sono decisi a conferire dei poteri all’UE, possono riuscirci anche bypassando la regola dell’unanimità. Più recentemente, l’avvio della cooperazione strutturata per una difesa comune europea, è partito da pochi paesi per raccoglierli alla fine quasi tutti. In conclusione: gli Stati che hanno a cuore il futuro dell’Europa portino avanti, insieme, la battaglia per passare al voto a maggioranza su tutte le materie in cui i trattati lo consentono, senza nascondersi dietro l’alibi che alcuni minacciano di porre il veto. A costoro basta rispondere che altrimenti verranno usati altri strumenti disponibili. Perché l’opinione pubblica comincia a stufarsi degli infiniti ritardi dell’Unione: è il momento per dire agli oppositori e ai recalcitranti che serve un’Europa forte, capace di decidere, con poteri coerenti con quelli di uno stato federale sovrano e che si può partire anche in pochi, gli altri verranno in seguito. Il mondo si aspetta questo scatto d’orgoglio dell’Europa. Di fronte ai tanti problemi che lo richiedono ci sarà un gruppo di Stati che avrà il coraggio per avviare un processo di riforma che consenta all’Unione di decidere, sempre, a maggioranza, sulle questioni essenziali? E quindi di cominciare a comportarsi come uno Stato Federale?

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